Pensieri e emozioni dalla mostra di Dolce & Gabbana a Roma
Il naso, uno dei primi organi di senso che si attiva entrando alla mostra. Per i profumi, sapientemente scelti, pervasivi, accattivanti, seducenti. I secondi sensi coinvolti sono gli occhi, che si spalancano di fronte a un monte fatto di manichini ornati di splendidi abiti. Lucenti, sgargianti, curati nei minimi dettagli, fatti di pietre, perline, cuciture complesse. Poi è la volta delle orecchie, prese ad ascoltare la musica delle opere liriche dove gli abiti di D&G vestivano i cantanti e le emozioni messe in scena. E la bocca, che si spalanca di fronte agli allestimenti, le quinte, le stanze preparate da scenografi e illuminotecnici che fanno, del loro mestiere, arte.
Cosa accade quando la moda smette di essere consumo e torna a essere rito, creatività? Quando il vestito diventa icona, simulacro, oggetto del desiderio ma anche del ricordo? Accade, forse, quello che vediamo nella mostra Dal cuore alle mani di Dolce & Gabbana, allestita a Roma, al Palazzo delle Esposizioni: un viaggio barocco, immersivo, sontuoso, ma, sotto la superficie dorata, profondamente psichico.
Entrarvi non è solo attraversare una galleria di abiti preziosi. È come varcare una soglia invisibile, un confine tra il mondo concreto e quello interno, dove la materia si fa memoria e il decoro diventa parola taciuta. Dolce & Gabbana, in questa narrazione visiva, sembrano raccontarci una storia che non è soltanto moda, ma elaborazione. Trasformazione. Un sogno condiviso.
Il titolo stesso , Dal cuore alle mani, è già una traccia psicoanalitica. Come in un processo di simbolizzazione, ciò che nasce nel profondo (il cuore, luogo dell’emozione, e per estensione, dell’inconscio) viene portato alla luce attraverso il gesto (le mani), diviene opera trasformativa. Che dà forma, che traduce, che compie. Come il sogno che si condensa in immagini o il trauma che si lavora nella parola, anche qui il non detto prende corpo in filamenti d’oro, trasparenze, velluti scuri e ricami. Il corpo vestito è un corpo che parla. O meglio, che evoca. Ogni tessuto è memoria, eco, scena antica.
In psicoanalisi, l’arte è spesso vista come uno dei grandi strumenti di trasformazione. Freud diceva che l’artista riesce là dove il nevrotico fallisce: prende il conflitto e lo trasforma in forma, lo rende condivisibile, visibile. E in questa mostra, ogni abito sembra contenere proprio questo movimento. Dal tumulto interiore alla bellezza visiva, dalla pulsione al gesto. Ogni figura barocca sembra l’eco di qualcosa che è stato prima vissuto, e solo dopo reso visibile.
Ma non si tratta solo di sublimazione. Le stanze dedicate alla devozione popolare, alla Sicilia arcaica, al mito della famiglia, richiamano immagini potenti. Sembrano evocare, più che rappresentare. È qui che prendi in prestito il pensiero di Bion. L’arte, come il pensiero, nasce dalla necessità di trasformare elementi grezzi dell’esperienza emotiva in qualcosa di pensabile, rappresentabile. Gli abiti, in questo senso, non raccontano solo il Sud, la madre, il sacro. Li elaborano. Sono contenitori emotivi cuciti a mano.
E poi ci sono gli specchi. Pavimenti riflettenti su cui si cammina come in sogno. Ci vediamo: sdoppiati, ingranditi, deformati. Siamo spettatori e parte dell’opera. L’Io e l’immagine ideale si rincorrono. Cosa desideriamo davvero? L’oggetto che guardiamo o la proiezione di noi stessi in esso? Forse entrambe. L’estetica del narcisismo, qui, non è vanità: è un passaggio necessario per riconoscersi, per ricostruire l’identità attraverso ciò che luccica fuori ma vibra dentro.
In tutto questo, il riferimento implicito a Donald Winnicott è quasi inevitabile. Il luogo della mostra, come quello del gioco, è uno spazio transizionale. Tra fantasia e realtà, tra sé e altro, dove possiamo giocare, creare, simbolizzare. Gli abiti diventano oggetti transizionali, strumenti per abitare simbolicamente un’esperienza interiore. Non è nostalgia: è una forma di restituzione psichica.
Ma l’arte non consola soltanto. A volte inquieta. In alcune sale si avverte una tensione più profonda, un’eco di perdita, un sentire che si muove tra Eros e Thanatos, tra bellezza e minaccia della sua dissoluzione. Thomas Ogden ci offre qui una chiave preziosa: l’arte come spazio dove sognare il sogno non sognato, dove dare forma a quelle esperienze che non avevamo ancora potuto pensare. Gli abiti, allora, non sono semplici creazioni estetiche, sono sogni cuciti. Il desiderio si fa forma, la mancanza si fa bellezza.
L’ironia presente in alcuni allestimenti, i rimandi pop, le torsioni kitsch, non sono solo provocazioni, sono tracce di una pulsione ludica, di una difesa forse, o di un modo per rendere digeribile l’eccesso.
Perché, in fondo, come nella stanza d’analisi, anche in queste sale dorate si può sentire la verità più profonda dell’arte. La capacità di contenere, trasformare, e restituire il non visibile in forma condivisa. Un ricamo dell’inconscio, tra fili, trame e cuciture.
Note bibliografiche
Bion, W. R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Roma: Armando Editore.
Bion, W. R. (1970). Attenzione e interpretazione. Roma: Armando Editore.
Freud, S. (1908). Il poeta e la fantasia. In Opere (Vol. 6). Torino: Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1910). Il sogno e la sua interpretazione. In L’interpretazione dei sogni. Torino: Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1914). Introduzione al narcisismo. In Opere (Vol. 7). Torino: Bollati Boringhieri.
Ogden, T. H. (1997). Reverie e interpretazione: il pensare non pensato e il sogno non sognato. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Ogden, T. H. (2005). Questo artefatto chiamato sogno. In Psicoanalisi e sogno. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Winnicott, D. W. (1960). La capacità di essere solo. In Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando Editore.
Winnicott, D. W. (1971). Gioco e realtà. Roma: Armando Editore.