Avant-coup della serata del 28 gennaio su "L'inquietudine dell'analista"
In occasione della serata scientifica del CPdR del 28 gennaio, Leonardo Spanò dialoga con Andrea Baldassaro, autore del libro “L’inquietudine dell’analista. Teoria e pratica analitica”. Il libro, uscito per Alpes nel 2024, verrà presentato dall’autore e discusso da Antonella Moscati e Roberto Politi durante la serata di mercoledì, nella sede di via Panama.
Il volume di Andrea Baldassarro, “L’inquietudine dell’analista. Teoria e pratica analitica” (Alpes, 2024), si colloca nel solco di una riflessione psicoanalitica che rivendica l’inattualità del pensiero freudiano come sua risorsa critica più feconda. Attraverso un dialogo costante tra clinica e metapsicologia, e in confronto serrato con autori quali Freud, Green, Bion, Winnicott e Lacan, nonché con il pensiero filosofico e sociologico contemporaneo, Baldassarro interroga il lavoro dell’analista a partire da ciò che lo destabilizza: il non-sapere, il negativo, la mancanza, l’insaturo.
L’“inquietudine” che dà titolo al libro non è dunque un semplice stato emotivo, ma una posizione etica ed epistemica, che riguarda il modo stesso di ascoltare, di pensare e di abitare la relazione analitica. In un tempo segnato da trasformazioni profonde del legame sociale, dell’identità e delle forme della sofferenza psichica, questo lavoro invita a ripensare la funzione dell’analista, la sua responsabilità e il suo rapporto con la contemporaneità.

Le domande che seguono intendono accompagnare la presentazione del volume, aprendo uno spazio di dialogo sui principali nodi teorici e clinici attraversati dal testo.
AB. La scelta della parola “Inquietudine”, come spiego nella prefazione del volume, è stata allo stesso tempo necessaria e problematica. Necessaria perché indica a mio parere il punto di partenza e di conduzione dell’esperienza analitica, ed anche perché voleva essere una testimonianza ed un omaggio ad un autore, Fernando Pessoa, che con il suo “Libro dell’inquietudine” – citato in esergo - ha costituito un punto di passaggio cruciale della mia formazione giovanile. Problematica perché la parola “inquietudine” è già presente nel titolo di un un testo di un autore che amo molto, Michel de M’Uzan, e che vorrei tradurre, “L’inquiétude permanente”, che indica esattamente quello che intendo. Ma non potevo certo utilizzare lo stesso titolo, benché lo avessi pensato prima di scoprirlo.
In effetti con “inquietudine” non intendo indicare uno stato affettivo, o almeno non soltanto. Parlo di una condizione che ha le sue premesse nel desiderio di sapere che accompagna ciascun essere umano sin dall’infanzia, e che si origina dalle domande – infantili, appunto – sulla nascita e la morte, sulla natura delle cose e sulle relazioni tra gli esseri viventi, sul perché della vita e sul perché si muore, e molto altro ancora: tutte domande che restano in genere senza risposta – o che trovano delle risposte di comodo - ma che costituiscono la spinta iniziale a ricercare, a sapere. Potremmo dire che queste domande derivino da una pulsion d’emprise, un desiderio di possedere e governare – “His Majesty the baby”, diceva Freud – che non cessano di permanere, pur rimanendo silenti. E che sono all’origine della stessa “impresa” psicoanalitica, laddove il desiderio di sapere, e l’inquietudine che ne deriva, si “mette al servizio” dell’analisi, magari spostando sull’attività clinica e sulla costruzione teorica il tentativo di dare risposta a quelle domande originarie. L’analisi non è forse innanzi tutto ascolto e interpretazione delle domande che il paziente rivolge all’analista?
Dunque, certo, la psicoanalisi non può che essere “inattuale”, perché, pur vivendo appieno nel tempo presente, guarda al tempo dell’infanzia, e a quello dei desideri e delle speranze del futuro: un tempo eterocronico, come diceva André Green. E dunque non può che essere sempre in crisi, non disponendo di un apparato concettuale e tecnico-operativo stabilito una volta per tutte, che dia parametri certi cui attenersi, ma è scoperta, e creazione: della clinica con il paziente, e della teoria nella solitudine della propria stanza e nello scambio con gli altri analisti, in un’opera infinita che produce sempre nuove domande. La psicoanalisi, a differenza delle molte psicoterapie che propongono facili rimedi al disagio esistenziale, o addirittura promesse di felicità, consiste in un rilancio continuo di domande. Che certo, mal si sposano con l’affermazione attuale del paradigma della performatività, dell’efficienza, dell‘indifferenza al dolore – contemporaneo alla sua spettacolarizzazione - che caratterizza lo scenario contemporaneo. Per questo la psicoanalisi non può che essere inattuale: come diceva Giorgio Agamben, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo.
AB. Non esiste clinica senza teoria, né teoria che non nasca dall’esperienza clinica: non possiamo fare della clinica che non sia orientata dalle teorie di cui disponiamo – è impensabile una clinica “pura”, che non preveda un uso semmai implicito, o inconsapevole di teorie prelevate da altro, o da altri, o teorie personali: tutte le teorie fanno vedere ciò che la teoria stessa consente di vedere. Magari non altro, o quell’altro che un altro analista potrebbe invece vedere. E tantomeno – so che alcuni non saranno d’accordo – è pensabile una “teoria clinica” che non necessiti di un apparato teorico che la sostenga. Siamo così presi in un apparente paradosso: non possiamo fare clinica senza teoria, ma possiamo fare teorie differenti a partire da una stessa clinica. Ma qui sta anche – oltre all’insegnamento di Winnicott sul tollerare il paradosso – la straordinaria forza propulsiva della psicoanalisi: modificare e creare sempre nuove teorie, modificare la metapsicologia stessa, gettare sempre un nuovo sguardo sulla clinica. Questo grazie al suo fondatore: Freud, nonostante alcune sue inevitabili affermazioni che lasciano a volte perplessi, ha costruito un sistema aperto, sempre trasformabile, rimaneggiabile: non ha dato un compitino da svolgere a quelli che lo avrebbero seguito. In questo senso, era un uomo inquieto, e la sua inquietudine ha dato luogo ad una delle opere più interessanti e significative tra le imprese umane.
AB. Questa è una domanda tanto interessante quanto difficile. La soggettività dell’analista è ineludibile: ogni analisi è un incontro unico, particolare, tra due esseri umani. E l’analisi, lo dicevo prima, non consiste nell’applicazioni di parametri certi, codificati, validi per chiunque. In questo senso è inattuale perché guarda la realtà psichica al di fuori dei criteri consolidati in una certa epoca. Ora, sicuramente la nozione di controtransfert ha arricchito l’esperienza analitica stessa, mostrando come anche gli aspetti sensoriali dello stesso analista, ad esempio, possano aiutare a “leggere” quello che il paziente non riesce a mettere in parole. Tuttavia, come la nozione di transfert da ostacolo è divenuta al via “maestra” al trattamento, così, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un progressivo ampliamento della concezione del controtransfert come guida fondamentale dell’esperienza analitica e della cura del paziente. Io nutro qualche perplessità su questa estensione del concetto di controtransfert – sebbene sia disposto a discuterla – perché a volte mi sembra che possa dare spazio a confusioni tra ciò che è effettivamente controtransfert e ciò che invece è transfert dell’analista sul paziente. E a volte, potrebbe favorire quella sorta di scivolamento – non voglio dire di deriva – verso posizioni che fanno della sensibilità dell’analista, della sua affettività, il “cuore” del trattamento analitico stesso. Che invece è soprattutto domanda, interrogazione, al limite riformulazione e interpretazione del discorso del paziente: “che cosa mi sta dicendo?”, ci interroghiamo come analisti a proposito della narrazione che il paziente fa di sé stesso. E le possibili risposte non sono certo quelle del “soggetto supposto sapere”, anche a rischio di deludere il paziente: anche se su questo equivoco, che è proprio del transfert, ovvero che l’analista sappia già quello che lo concerne, si sostiene l’avvio dell’analisi stessa. Ma la domanda è: da dove vengono le risposte che diamo, o che non diamo? Dalla coalescenza di clinica e teoria, direi, non soltanto dal desiderio di volere il “bene” del paziente. Anche se, certo, non fosse che per il narcisismo che caratterizza qualsiasi analista, come qualsiasi esser umano, non può non farci piacere sapere che il nostro paziente stia meglio, appagando così il nostro desiderio, non solo di sapere, ma anche di cura. Che magari è quel desiderio originario di cui parlavo prima: curare significa pur sempre far sì che le domande inesauste dell’infanzia possano avere un luogo dove possano essere ascoltate, trasformate, magari accettate anche nel loro essere senza risposta.
AB. Anche questa è una domanda molto interessante: apertura all’ignoto o rinuncia al sapere? Non possiamo fare a meno del linguaggio – siamo esseri parlanti – e dunque la rappresentazione, la simbolizzazione sono passaggi necessari per non cadere nella fascinazione e nel dramma della psicosi. Simbolico rimanda etimologicamente ad unione, unione di due metà originariamente e ritualmente separate. Mentre non sarà un caso che diabolico indica invece separazione, divisione: il diavolo separa ciò che la forza, direi sacra del rapporto, invece unisce. Ora, la psicoanalisi è certamente dalla parte di Eros, della forza che unisce, della vita che è legame, costituzione di forme di unione. Se l’analisi è tentare di dare senso, il senso si costituisce laddove si creano legami. Da questo punto di vista si comprende l’affermazione di Freud del delirio come tentativo di guarigione, di dare senso all’incomprensibile, tanto che dobbiamo chiederci quanto noi stessi a volte deliriamo, con o senza il paziente. Cosa comunque a volte necessaria. L’analisi è così contrapposta a Thanatos, che invece separa, slega: la morte, che comunque avrà comunque la meglio, è scioglimento dei legami, anche in senso biologico, mentre la vita esiste grazie al mantenimento dei legami, o al rinvio del loro scioglimento. Ma l’analisi – l’etimologia ha sempre un significato fondamentale – è innanzi tutto, almeno all’inizio, appunto, scioglimento. Dunque, si tratta di tollerare il non sapere che consente di sciogliere quei legami che costringono il soggetto nel proprio sintomo, o nella costruzione della propria esistenza, della propria stessa vita, in un modo che limita la propria libertà. Ben sapendo che la libertà assoluta non esiste, se non, appunto, nella morte. In vita, va tenuto in conto che tutto ciò che si desidera va misurato con l’altro che è in noi – la nozione freudiana di perturbante qui è essenziale, fondamentale – e che è fuori di noi. Certo, l’analisi non è “programmabile”, è imprevedibile, e a volte può scatenare una psicosi non rilevata dall’analista, o dare luogo ad una reazione terapeutica negativa. In questi casi si rende necessario un lavoro di “cucitura”, ben sapendo che le forse sleganti possono sempre prevalere, e provocare il fallimento dell’analisi o il suo trascinarsi in un tempo senza fine. Solo la sensibilità e l’esperienza dell’analista possono proteggere da questi rischi, ma non ci sono certezze o garanzie di sorta. L’analisi è sempre un aprirsi sul non conosciuto, altrimenti cos’è?
AB. La “madre morta” di Green è un buon esempio della difficoltà ad accedere al senso e dunque alla rappresentazione di sé: se manca improvvisamente il supporto materno, o generalmente umano, che guardi, che ascolti, che emotivamente e affettivamente investa sul bambino piccolo, il risultato è quella forma del negativo che arriva fino ad identificarsi con il vuoto di una madre presa improvvisamente da un evento traumatico. Trauma che diventa trauma per il bambino stesso, che non avrà più la percezione di qualcuno che è lì per lui. “Unica e insostituibile”, definisce Freud la madre. Oggi parleremmo, con uno sgradevole anglicismo, di caregiver, e la situazione si complica ulteriormente per il fatto che la generazione di un essere umano è sempre meno effetto di un incontro tra corpi, e sempre più un affare di tecnica. E di diritti. Ma questo è un già altro discorso. Quello che conta è che questo disinvestimento materno – o di chi ne fa le veci – non trovando una spiegazione possibile di questo cambiamento, provoca, dopo un tentativo di “rianimare” la madre “morta” - morta nell’animo, non nel corpo - provoca, dicevo, una perdita di senso. Un vuoto che occuperà la mente del bambino e che si ritroverà nel transfert dell’esperienza analitica. Qui forse l’inquietudine del paziente che ha subito questo evento del quale non è forse possibile fare il lutto potrebbe incontrare l’ascolto e la cura che sono mancati: certo, c’è sempre il rischio di fare dell’analisi solo un’attitudine riparativa, mentre credo che vadano reperiti nella storia del paziente i segni di un dolore che non ha avuto possibilità di rappresentazione. E dunque, più che riparare, si tratta di fare il lutto di qualcosa che paradossalmente non è avvenuto, in quanto non c’è stata una perdita materiale, ma una perdita di senso.
AB. “Essere idioti”, chiosava un libro di Byung Chul Han, a proposito delle vie di uscita dalla costrizioni – che coincidono con l’apparente libertà di cui ciascuno sembrerebbe godere – che ci trattengono nel regime sociale contemporaneo. Forse non è la soluzione, ma un certamente un invito, un modo per non allinearsi al sapere comune: la ridda di informazioni cui siamo continuamente sottoposti non arriva più ad articolare un sapere, e la psicoanalisi non può – se resta tale – entrare nel discorso comune. Sarà sempre eterodossa ad esso. E per questo sempre inquieta. Quello che forse preoccupa maggiormente nello scenario contemporaneo è la violenza sempre più diffusa, e il rapporto alterato con la realtà, che tradizionalmente si ascrive come indice della psicosi. Il modo ormai di rappresentare la realtà sconfina nell’immaginario: ma non è più soltanto la fantasia soggettiva a compensare ciò che della realtà è spiacevole, o insopportabile, ma la realtà stessa è padroneggiata dall’irrealtà: l’artificiale tende a prendere il posto del naturale, con conseguenze al momento inimmaginabili. E preoccupanti, certo: anche se Freud ci ha insegnato che noi abbiamo a che fare sempre, più che con la realtà materiale, con quella psichica, che “dirige” tutte le nostre operazioni conoscitive del mondo. Allora, forse abbiamo ancora delle possibilità di “salvezza”…
AB. Il sentimento oceanico affascina e spaventa, ed è forse anche una delle forme dell’esperienza psicotica, di quella tentazione che attrae e angoscia allo stesso tempo. Per questo resta una delle grandi questioni che hanno toccato la mente dei mistici, ma che riguardano, in fondo, tutti gli esseri umani. Resta comunque la questione della comunicazione inconscia, fenomeno inquietante per eccellenza e per certi versi direi piuttosto frequente, a ben guardare, nel corso di un’analisi, e che mette in evidenza proprio quanto dell’esperienza comune resta in genere tralasciato. Nel volume parlo di situazioni che possono essere lette solo alla luce di queste considerazioni, e che sono tanto sorprendenti quanto, appunto, inquietanti. Non possiamo fare a mano di rilevarle e di farne tesoro, pur sapendo che difficilmente potranno essere tradotte in discorso scientifico. Ma la questione è che, a mio parere, la psicoanalisi si colloca in territorio di confine, tra ciò che è dimostrabile scientificamente e ciò che per sua natura non può, non potrà mai esserlo: l’inconscio è un “atto di fede”, che corrisponde a quel “bisogno di credere” che caratterizza l’essere umano stesso. Altrimenti siamo gettati, come dicevo prima, nell’angoscia del non senso. Ma questo non basta, certo: la psicoanalisi è innanzitutto una prassi, un modo di condurre la vita stessa, e per questo, nonostante l’inquietudine che la genera e la sostiene, non può essere ascritta al mistico e all’ineffabile. Anche se con Jankélèvitch saremmo tentati di dire – per riprendere l’intestazione all’inizio di questo dialogo - che “l’essenziale in tutte le cose è un non so che di inafferrabile e di ineffabile; essa rafforza in noi la convinzione che la cosa più importante del mondo è appunto quella che non si può dire”. Come dargli torto, anche se appunto così finiremmo appunto inevitabilmente nel mistico, in quel “di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere” con cui Wittgenstein ha chiuso il testo di logica forse più importante del secolo scorso? La psicoanalisi è però anche altro. È costruzione e distruzione del senso – distruzione del senso prefissato che genera insoddisfazione e sintomo, costruzione di un modo differente, sorprendente di pensarsi - ed è nell’articolazione tra queste sue operazioni che si situa la sua stessa impresa. Impresa fragile, a volte, come fragile è la vita stessa.