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Il possibile del desiderio. Recensione di Cecilia Ieri

"Diniego e speranza. Trasformazioni del negativo" di Giuseppe Armogida, Maurizio Balsamo - Mimesis editore - anno: 2025


Il possibile del desiderio. Recensione di Cecilia Ieri

Sich winden, campo semantico difficile da tradurre, tra lenta o improvvisa torsione, contorsione di un corpo e scioglimento di una siderazione, apertura.

Attraverso questa immagine del serpente che scioglie le sue spire, delle possibilità di torsione che si possono operare al concetto di ‘diniego’, con alcune righe di Kafka come incipit, ecco l’introduzione, senza troppe anticipazioni del libro spero, ad alcuni nuclei radianti del volume, a partire dalla messa al lavoro dell’oscillazione anche dei nostri concetti (nostri irrinunciabili strumenti teorico-clinici) che esso a tratti propone, così come anche del loro utilizzo sempre potenzialmente inedito nel lavoro analitico:

 

“In questo luogo non sono mai stato: diverso è il respiro, vicina al sole ma più lucente, risplende una stella”

 

Stella, parola-immagine di quella distanza (nuova) che apre all’attesa e al desiderio, presenza-assenza
puntiforme e luminescente che richiama la speranza di quei movimenti di pulsazione, in giacenza, che testimoniano “il possibile del desiderio”, il sempre possibile del desiderio, attraverso le infinite occasioni creative e creatrici della mente e del lavoro analitico, anche attraverso il movimento che viene proposto-rivelato nel libro di poter “replicare un doppio diniego originario”, da parte dell’analista e del lavoro analitico, per giocare diverse prospettive nella scena psichica, tra germinazioni di inedito e la possibilità di scrittura di una storia impossibile.

 

Stella da poter intendere come crocevia dell’insieme delle operazioni psichiche legate al lavoro del negativo, lavoro illustrato da Green e ripreso e sviluppato in questo volume in tutta la loro portata e complessità.

Il lavoro del negativo (rimozione negazione, diniego-rinnegamento, forclusione), avente un valore istitutivo del soggetto, là dove invece prende forma un suo fallimento originario diviene terreno di operazioni psichiche estreme e pervasive che andando ben oltre il ritaglio, o partendo dalla sua impossibilità, in modo iperbolico, divengono rigetto, rinnegamento massiccio.

Se il soggetto può istituirsi solo là dove consente a se stesso (e gli viene consentito) di “opacizzare”, modificare, scrivere diversamente le tracce della sua formazione, di rendere ‘altro’ le “iscrizioni destinali” e “i vettori desideranti che ne hanno anticipato e accompagnato, nella loro insistenza, il suo vivere” (Green), di fronte a questa impossibilità soggettivante - nella sua vita così come nella trasmissione generazionale - può andare incontro a presentificazioni continue di apparizioni deliranti nel reale (disturbi identitari e di pensiero, di condotta, varie forme di distuttività auto ed etero-lesiva).

Di fronte a questi rischi, come un biglietto di possibile ritorno dall’inferno, dal rischio di assoluto regno della logica della disperazione, questo libro di Giuseppe Armogida e di Maurizio Balsamo propone, senza buonismi e semplificazioni, una serie di approfondite riflessioni teorico-cliniche sulle logiche e sul gioco di forze possibili nello psichico e nella mente dell’analista al lavoro per esplorare le possibilità trasformative del negativo, anche attraverso di esso, pur tenendo conto dell’ineludibile complessità del lavoro là dove l’individuo ha incontrato urti precoci che rendono invivibile la sua vita così come, a tratti, anche il terreno dell’analisi.

In particolare alcune analisi, ma in gradi e modi diversi, forse un po' tutte, là dove il lavoro clinico si trova a dover costruire, in après-coup, un ‘prima’ a cui poter - insieme - sufficientemente credere, là dove è necessario avventurarsi in operazioni di creazioni-costruzioni di possibilità libidiche e di pensiero all’insegna di un’affermazione alla vita essendo mancato quel “sì” inaugurale imprescindibile senza il quale non c’è, come si dice in apertura del volume, non c’è “nemmeno l’infans”.
Con la sua molteplice natura, il possibile utilizzo psichico che se ne può fare, tra potenzialità strutturanti o al contrario mortifero-destrutturanti, l’Altro (e l’altro), inteso come esperienza di un incontro o non incontro (un disastro all’origine), esperienza originaria, può divenire quel bastione da cui si generano presentificazioni ed conseguenze legate ad un’ assenza totalizzante; l’occasione mancata o impossibile può continuare ad essere rimessa in forma come investimento mancato o ferocemente contradditorio oppure come ‘memoria’ irrappresentabile di un disinvestimento improvviso e violento.

 

In questi casi vediamo, a posteriori, un’impossibilità di organizzazione psichica che si accompagna ad emorragie o veri e propri blocchi della capacità di investimento libidico su di sé e sul legame.

In analisi si tratta allora di lavorare per attivare o riattivare possibilità di lavoro psichico incistate, congelate o sequestrate attraverso il montaggio e smontaggio della scena psichica e di forme di legame, cioè attraverso continui e nuovi movimenti di ripresa (sempre possibile, anche là dove arduo) per aprire a possibilità di esistenza, a capacità di investimento libidico e di quote di soggettivazione inedite, di poter far divenire l’analisi un di luogo di costruzione di un’altra storia e di un altro tempo, territorio di nuove possibili iscrizioni e di possibilità di spostamento, pur dovendo oscillare alle prese con la coesistenza di quote di vita e di morte che abitano l’individuo.  

Il lavoro analitico, nella sua funzione di vettore per la produzione di una dinamica creatrice, può finalmente delimitare quella forma di assenza assoluta, annichilente e dunque intrasformabile che occupava l’individuo dall’interno e divenire sede di costruzione di nuove articolazioni interne e di possibilità di legame-slegamento,  al contempo salde e flessibili nel tessere un rapporto tra livelli, istanze, equilibri dinamici tra le forze in gioco.

Attraverso l’esplorazione e la messa al lavoro dell’identificazione delle logiche del rifiuto e della speranza, questo libro mette in evidenza la possibilità di cogliere i molteplici destini e le diverse funzioni (alcune più visibili, altre meno identificabili) del diniego, i suoi paradossi, le sue possibilità di torsione-piegatura, perfino di ‘rilancio’ della sua potenziale funzione non solo scotomizzante ma anche vitale.

Nel libro viene messa in luce l’importanza, da parte dell’analista e poi anche del paziente, della non sottoscrizione di un patto, la costruzione della possibilità di rifiuto della cancellazione della singolarità dello psichico, il non cedere sulla possibilità di oscillazione tra impossibilità/disperazione e principio di speranza.
Il diniego del diniego diviene allora un operatore psichico, da parte dell’analista e nel campo della relazione analitica, per l’avvio e la costruzione di un processo di liberazione della scena psichica da una colonizzante occupazione parassitaria operata da forme di indifferenziato mortifero.


Il grado di coattività e l’estremizzazione di alcuni meccanismi psichici (ripetizione, diniego), possono essere interrogate e trasformate attraverso slegamenti e nuove messe in forma di materiali psichici prima inerti e mai sufficientemente costituiti, attraverso il rilancio di energie incistate o disfunzionalmente saldate o annientate.

Là dove l’analisi diviene un possibile ‘luogo del tempo’,  snodo di diverse traiettorie, attraverso operazioni di slegamento e nuove tessiture, sede di montaggi-smontaggi possibili, dispositivo di mobilitazione, ampliamento, spiazzamento e costruzione di nuove possibilità di legare e di legami, al contempo, più mobili e più funzionali, vediamo la risorgenza-riattivazione-creazione di plasticità psichiche, gli effetti generativi delle potenzialità dell’anacronismo e della natura complessa della temporalità analitica, aspetti questi in grado di scompaginare le tendenza al ritorno là dove essa è troppo all’insegna dell’identico.


L’analisi, anche nel trattamento delle sofferenze extra-nevrotiche ‘contemporanee’, ha dunque la capacità di essere sempre e comunque potenziale laboratorio di messa in movimento e di creazione di un’altra scena, di coltura di Eros e della mobilitazione di logiche di speranza.

Questa esperienza può divenire un prisma rivelatore di ciò che insiste in modo più o meno demoniaco e luogo di ritorno di alcune forme di scotomizzazione ma al contempo ha anche la capacità paradossale di farsi sede di possibilità di testimonianza e di nuove occasioni di presa in carico di questioni fondamentali.

Questi ritorni, queste scotomizzazioni, alcune forme di diniego e di scissione sono ciò attraverso cui, nella scena psichica e in analisi, non può che tornare, a momenti, l’effetto, l’urto di quella sorta di ‘strapotere della realtà’, quella ‘realtà’ angosciante e destrutturante non rappresentabile legata a terrori di frantumazione, a vissuti di un vuoto al centro, l’esperienza di essere senza centro e senza luogo che fa temere l’impossibilità di una storia e di un futuro, di un futuro anche inteso come possibilità in giacenza di iscrizione e/o di re-iscrizione delle proprie vicende.

 

In queste situazioni cliniche si tratta al contempo di recuperare e di rimettere in circolo in modo nuovo ciò che ha resistito al furto originario, fosse anche grazie e attraverso il ricorso e una nuova messa al lavoro della defettualità e dell’impotenza costitutiva, di ciò che non ha inizialmente trovato sufficiente soccorso, ascolto, accoglimento; occorre dunque scavare un varco in quel furto all’origine dove si giocano possibilità di vita.

Attraverso la figura dell’uomo del sottosuolo nel volume viene messa in luce la doppia accezione del funzionamento anti-libidico ossessivo come esempio di alcune modalità di funzionamento psichico all’insegna della logica della disperazione e del rifiuto della dinamica del desiderio, figura che testimonia la non articolazione funzionale dell’immaginario con il simbolico.

Si delineano i territori psichici che mettono in forma “il circuito infernale del desiderio ossessivo” , tra sadiche istituzioni di mura mortificanti il desiderio dell’Altro e la fedeltà ad un desiderio di morte, coltivato-alimentato questo da un odio distruttivo del desiderio dell’Altro, da continue fantasie onnipotenti di rovesciamento degli esiti di un incessante duello psichico all’insegna di una gemellarità invidioso-speculare (‘durare per durare’, dimensione distruttiva dell’infinito, nel suo divenire un girare a vuoto, senza possibilità di taglio).
In queste situazioni cliniche e forme di esistenza, l’evitamento fobico e paranoide dell’incontro con l’Altro, con la natura poco controllabile e decentrante del desiderio, mantengono la fantasia sotto, sotto onnipotente (e all’insegna del narcisismo di morte) di poter eludere la castrazione. La Legge della castrazione non è mai contro al desiderio: è dal poter incontrare la propria volontà indipendente, costi quello che costi, ovunque essa ci porti, che deriva la cancellazione del debito simbolico, della dipendenza dall’Altro, nelle sue varie configurazioni, compresa ovviamente la trascendenza del linguaggio. Solo da questa posizione-confronto può germogliare la mancanza che apre la strada al desiderio. Passaggio interdetto, auto-interdetto, in alcune forme di sofferenza racchiuse nell’immagine dell’uomo del sottosuolo. Egli, sganciando la Legge dal desiderio, la utilizza esclusivamente come ingombro, catena, blocco, alibi che impedisce la vita, pur di evitare inconsciamente di confrontarsi con essa, posizione necessaria per sostenere il desiderio stesso e per viverlo davvero. Obbedire, sottomettersi, aggrapparsi/nascondersi nell’alibi dello strapotere della realtà sono in fondo modalità per muoversi in territori dove ci si garantisce di persistere nell’identico, un durare tanto per durare, né vivi né morti. Vediamo all’opera, in questi casi, un discorso che arriva a farsi delirante mosso da una pseudo-intelligenza e pseudo-razionalità siderante che garantisce fedeltà a ciò che è dannoso per sè.

Il desiderio dell’Altro, inteso come ciò che potrebbe creare una breccia nella fortezza autarchica dell’ossessivo, diviene così ciò che occorre distruggere, fantasia e spettro di possibilità di distruzione.

 

Sempre da Kafka: “Questa vita appare insopportabile, un’altra irraggiungibile. Non ci si vergona più di voler morire, si chiede di essere portati dalla vecchia, odiata cella in una nuova che impareremo presto ad odiare”.

 

   

La possibilità, in analisi, di allentare questa spinta mortifera che obbliga alla sopravvalutazione della supposta realtà (prigionia nella dinamica servo-padrone, la posizione irreale di “dominatore assoluto” che poi  coincide con l’essere in fondo “un re senza terra”, che “regna sul nulla”) consente la messa in discussione dell’apparente presa in carico di se stessi e della propria ‘vita’ all’insegna di una ‘pseudo- responsabilità’, operando così un violento diniego dell’unica realtà che ci rende soggetti e umani: quella dell’incontro con il proprio desiderio e con quello dell’Altro.

La possibilità di mettersi in cammino, anche come movimento anti-inerzia, nasce dalla scelta e dall’accoglienza, da un “sì” che, come quello degli inizi, riconosce e rende creativa la separazione e il riconoscimento della mancanza, aprendo l’individuo alle occasioni di anelito e di meraviglia del nostro prezioso ‘poter essere in perdita’ e di tutte le occasioni di ignoto che da questo si generano.
 

Come spunto sul finale della recensione, accanto alle ‘figure’ utilizzate dagli Autori tra personaggi storici e letterari per illuminare funzionamenti psichici e il lavoro del negativo (Artaud, il Senza Nome di Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, ecc.) si può inserire anche Gatsby, il ‘grande Gatsby’, figura che porta con sé (e scomoda nell’altro) l’enigma delle origini, il tentativo di mettere al lavoro forme di diniego, la possibilità-impossibilità di provenienza e di ‘luogo’.

Il suo faro verde, tra dionisiaco e tragico, l’attesa irriducibile, l’essere il grandioso padrone di casa che rimane nell’ombra nella certezza delirante della riconquista del passato, li possiamo intendere come elementi di un ‘mondo che si offre per farsi smascherare’, come tasselli che indicano la necessità irrinunciabile del lavoro identitario, nostro e dei pazienti, tra finito e infinito.

“Parló molto del passato…cercava di ritrovare qualcosa, forse un concetto di se stesso che era scomparso nell’amore per Daisy. Da allora la sua vita era stata confusa e disordinata; ma se poteva ritornare ad un certo punto di partenza e ricominciare lentamente tutto da capo, sarebbe riuscito a scoprire la cosa che cercava…”

La luce verde all’estremità del molo di Daisy, per Daisy, condensa l’incessante e tortuoso percorso, tra quote di ripetizione mortifera (romanzo simbolo di una ‘gioventù perduta’) e la ricerca di un nuovo possibile montaggio sulla scena, di una flessione o di nuove possibilità di scrittura, tra il rischio a tratti dionisiaco della ricerca del tutto e dell’infinito, là dove il proiettarsi nel futuro è però fallacemente ritrovarsi in un tempo che invece è già alle spalle, e quell’insistenza necessaria ad esistere, insistenza e resistenza che può consentire – anche nel paradosso del diniego e anche attraverso di esso - di continuare ancora e ancora ad allargare le braccia, in cerca di quel sì, di quell’affermazione inaugurale e affermativa alla vita che non si può smettere di cercare, di cui non si può fare a meno.



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