Avant-coup e Après-coup

"Il gioco delle passioni. Modelli teorico-clinici a confronto" Giornata Intercentri CPdR-CPF-CPB

Report di Marta Calderaro


"Il gioco delle passioni. Modelli teorico-clinici a confronto" Giornata Intercentri  CPdR-CPF-CPB
Manifesto di Keith Haring

La giornata intercentri dell'8 novembre, del Centro Psicoanalitico di Roma, Centro di Psicoanalisi di Firenze e del Centro Psicoanalitico di Bologna, attraverso due lavori in dialogo, quello di Maurizio Balsamo, “Una passione così folle. Rileggendo ‘No, due volte no’ di Pontalis” e quello di Irene Ruggiero, “Corpi che interrogano: il controtransfert come spazio di pensiero”, riesce nell’intento auspicato da Cecilia Ieri nella sua introduzione ai lavori: “un contenzioso denso di malintesi, un pensiero che nasca dal dare contro a se stessi (Sartre), da un’impossibilità di trovarsi ciascuno rispetto a se stessi (Artaud)”.

 La reazione terapeutica negativa è al centro della prima relazione della mattinata. Tradizionalmente la più paventata nemica, bestia nera di tutti gli analisti, viene a mostrarsi in una veste multicolore ed un viso solo per metà in ombra nelle parole di Pontalis: “La reazione terapeutica negativa è una folle passione per il cambiamento”. Ed ecco che la psicoanalisi fa la psicoanalisi: si muove tra livelli, utilizza i rifiuti, ne fa respiro. 

La guarigione è la guarigione dall’altro che possiede il paziente. Come sarebbe possibile desiderarla in modo lineare, armonico, univoco, se vuol dire perdere l’oggetto, per quanto folle? Balsamo si chiede, ci chiede: “E se l’odio fosse il segno di una lotta tra una dimensione atemporale indifferenziata e la differenziazione?”

Gantheret, a cui Balsamo fa riferimento, ipotizza che guarire significhi trasformare la materia informe in oggetto. Distingue tra due regimi: quello della soddisfazione oggettuale, in cui un certo tipo di paziente passa senza sosta da un oggetto all’altro, dunque da una delusione all’altra, e quello della sostanza. L’oggetto è limitato, la sostanza è illimitata e continua, aspira alla dissoluzione di ogni forma, aspira alla morte.

E allora si capiscono meglio alcune configurazioni umane che incontriamo nell’analisi: pazienti che da un lato aspirano a dissolversi, dall’altro, nell’odio e dall’odio, cercano di creare un oggetto dall’informe. Ed è quando l’analista evidenzia un cambiamento, l’emergenza di una sagoma, che la sostanza viene disturbata nella sua omogenea, oceanica continuità: ecco che emerge la reazione terapeutica negativa, la passione.

Pontalis, ci mostra Balsamo, vuole “smantellare l’uniformità della reazione terapeutica negativa”. L’analista dice il no, senza gridarlo ma lo dice; non dirlo lascerebbe il campo a fare il no, al grigiore bartlebiano del no.

E a questo punto Balsamo si rivolge ad altri analisti che hanno detto tanti no: Roussillon, e la sua convinzione che solo dicendo no si possa approdare ad una negazione; Rivière, che mostra quanto amore e senso di colpa stiano a pilastro della reazione terapeutica negativa (l’analista seduce il paziente con la proposta di guarire prima che abbia finito di curare l’oggetto interno, quale intollerabile tradimento!).

Ma di che amore stiamo parlando? Il paziente denuncia tutti gli eventi subìti, ma dubita della loro veridicità. Allora prova a salvare tutto: facciamo la storia, sembra dire, ma facciamola nell’immobilità, anzi, la faccia lei, dottore. Si sforza di mantenere il segreto, di costruirne uno, di riscrivere una storia che non si può riscrivere. 
In questi pazienti, ci suggerisce Pontalis, non può esserci identificazione con l’oggetto, ma il possesso. La madre fa da pulsione, il paziente cerca quindi di collocarla all’esterno, ma restando fedele alla sostituzione della propria realtà psichica con quella di un altro, alle parole dell’altro che diventano atti – anche l’analista, ricordiamolo sempre, è l’Altro, anche le sue parole sono atto. 

Balsamo quindi continua a confrontare e far incontrare sguardi di diversi analisti sullo stesso oggetto, la reazione terapeutica negativa: Bronstein, Badarraco, Winnicott, Denis, Anzieu. Non c’è bisogno qui di riportare l’esito di questi sguardi, renderebbe il dialogo che ci è stato proposto un insopportabile elenco, farebbe il contrario di quanto ci si sta proponendo in questa giornata.

Ma va detto che è ancora Pontalis, nel capolavoro Ce temps qui ne passe pas, a condurci: la psicoanalisi serve a creare nuove parole, ad affrancarsi dal destino, appropriandosi di un passato.

E tale sarà dunque il compito anche dell’analista, che davanti ad una reazione terapeutica negativa non può che scivolare in una sensazione incoercibile di fallimento. Ma averne la sensazione non significa vestirne poi le reazioni transferali. Anche l’analista dovrebbe cercare dentro di sé di dire il no che serve a riconoscerne la legittimità e poi a ricomporla, recuperando un linguaggio svalutato a favore delle parole, restaurando rappresentazioni che sembrano perdute, legando quello che “la pulsione di morte all’opera” (Gantheret) slega e sparpaglia, trasformando il terrore di questi pazienti attraverso la frattura della poesia (Kristeva). 

Gli analisti che ascoltano dunque si interrogano: come può l’analista sopravvivere mantenendo una possibilità di autenticità (Vassallo)? Come fanno “no” il Bartleby di Melville e i Vladimir ed Estragon di Beckett (Vigneri)? Non dovremmo appellarci, come maggiore risorsa, al non capire, al fallire (Giuffrida)? Quando compare la reazione terapeutica negativa, non sarà già troppo tardi (Carnaroli)? Balsamo infine propone di reperire la storicità presente nei meccanismi psichici e nei loro tentativi di trovare una soluzione, di trovare uno spazio in cui possa svolgersi un dissidio nell’assoluta fedeltà della traccia a se stessa. 

La relazione di Irene Ruggiero sposta il focus su un altro concetto da sempre controverso, frainteso, maltrattato: il controtransfert. Attraversa le vicissitudini e le disavventure che il controtransfert ha attraversato nella storia della psicoanalisi con un colto volo d’uccello che spazia da Melanie Klein a Winnicott a Bezoari, per poi fermarsi nella stanza di consultazione con un’adolescente trans. Chi scrive si chiede: metto o non metto l’apostrofo?, entrando così in pieno nella questione affrontata da Ruggiero.

Che, di fronte a questa creatura (che, ricevuta dai genitori come “impresentabile”, non può che difendersi con l’intelletto, facendo fuori proprio il corpo), ha il coraggio di soffermarsi sul proprio “sollievo” di fronte alla apparente normalità di avere una relazione con un ragazzo. Ci si sofferma, se ne stupisce, ci lavora, insomma. E comprende meglio, ad esempio i genitori, che tutti avremmo, in assenza di quello che chiamiamo analisi del controtransfert, pianamente detestato.

Sosta anche sul suo iniziale rifiuto interno di rivolgersi alla paziente al maschile, come richiesto. Sostando, appunto, riesce ad ascoltare. L’analista, con questo temporaneo rifiuto, “si oppone alla richiesta di essere altro da sé”, riproietta sulla paziente l’identificazione proiettiva insita in questa richiesta. Così facendo, riesce ad ascoltare il bisogno di un’area intermedia, che spesso nella stanza di analisi si chiama tempo. Prende tempo per pensare, ne informa la paziente, che infatti ben tollera di stare per un po’ in questo spazio di mezzo, probabilmente presentendone l’autenticità.

E allora Ruggiero ci mostra quanto il controtransfert sia fonte di rischio ma anche di trasformazione, e quanto sia fecondo riuscire a pensare le proprie emozioni senza agirle, accogliendo la nostra vulnerabilità. Accosta il controtransfert a Medusa: conosciuta come pietrificatrice, meno come protettrice – che pure, invece, è.

Si torna infine a parlare di passione. E di quanto i due interventi siano fedeli all’intento di Pontalis, che invita a sottrarsi all’emprise della teoria (Matteini), incontrandosi sui fallimenti dell’analista (Giuffrida) e sul lutto (Ruggiero). 
L’impressione è che sì, ci siano stati malintesi, non ci si sia trovati, ci si sia scontrati con se stessi. Forse, quindi, che gli analisti siano, in fondo, ancora pronti alla chiamata iniziale: muovere gli Inferi.



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