In un clima agostano non particolarmente torrido ma soffocante e tossico, considerato il suo contesto di guerre e violenze, due libri mi hanno accompagnato e arricchito dell’umano, umano non conformista. L’uno “Umano, troppo umano” nella clinica psicoanalitica, di Anna Oliva De Cesarei. L’altro, del quale provo a sollecitare la curiosità di leggerlo, è I Popoli dell’Es – Psicoanalisi delle mutazioni di Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani.
Due testi che mi hanno in modi diversi coinvolto. Due testi che, con cornici diverse, con linguaggi contrastanti e incompatibili fra di loro, ci accompagnano nel caos del mondo senza pretendere di dare una spiegazione, ma procedono per approssimazioni, consapevoli di non avere una ricetta capace di darne una descrizione sufficiente, così come non sappiamo, citando Thomas Nagel, che cosa si prova a essere un pipistrello. Con un’altra particolarità che li distingue, a parte quelle più evidenti, per l’approccio clinico, il linguaggio, l’attenzione alla tecnica, il versante più politico e antropologico.
L’uno mi ha dato un senso di continuità, l’altro di discontinuità. Forse proprio per questa discontinuità, per cui i fatti travalicano spesso i nostri concetti, noi umani non raggiungeremo mai le cornici mentali necessarie per sentire, guardare, cogliere, operare con i concetti necessari. Naturalmente per non fraintendere, ricordo che Nagel ripeteva, appunto per non essere frainteso, che il suo verbo essere era senza soggetto: “Che cosa si proverebbe a essere, non cosa proverei io a essere”. A cosa mi serve tutto questo ripensare al quesito di Nagel? “Come si può mettere in corrispondenza la nostra mente con quella di un pipistrello?”
Una associazione che mi è balenata riguarda la lettura di questi testi, il primo ha evocato un senso di intimità e aggiungerei tenerezza come ne parla Claudio Neri nella introduzione a Eugenio Gaburri “Navigando l’inconscio - Scritti scelti”. Una lettura in solitario.
I Popoli dell’Es ha invece riacceso nostalgie “sessantottini” quando con amici e colleghi passavamo le sere a leggere e discutere i testi di alcuni grandi pionieri del pensiero, come quelli di Bachelard o di Althusser, per citarne solo due. Epoca attraversata dal desiderio di condividere e di lasciarci travolgere da nuovi arcipelaghi.
Non a caso mi è tornato alla mente l’articolo di Nicola Perrotti del 1946 “La fobia del comunismo come simbolo dell’irruzione dell’Es”. Verso la fine dell’articolo Pertotti scrive: “(…) il comunismo viene preso come simbolo, non già per il suo contenuto politico e sociale, bensì perché si ravvisa in esso un principio innovatore, ed ogni principio innovatore è di per se stesso sconcertante”. Un testo che già allora metteva in discussione la concezione dell’Es come serbatoio pulsionale da domare, una specie di incarnazione del male.
“A dire il vero in questi periodi di transizione sociale, continuava Perrotti, è proprio il male non il bene che è il depositario del principio di rinnovamento e non per nulla il diavolo è anche chiamato “Lucifero”, apportatore di luce”. La domanda mi viene spontanea quanto è necessario discendere da un’idea di storia e quindi di passato per rassicurarmi rispetto a un presente che risulta così poco addomesticabile e contatta un senso di spaesamento?
Come scrivono gli autori nel pre-testo “Questo libro parla di qualcosa che non conosciamo. Qualcosa che è cominciato ma di cui ancora non sappiamo. Comprendiamo, che è cominciato perché….abbiamo un contatto e una misura costante dell’umano.” Parole che evocano quelle di Ennio Morricone alle domande sulla sua musica: “Una ricerca di cosa, non lo sappiamo”. Certamente la sua musica si è sviluppata fuori dai confini tradizionali. Confini che non possono più essere così strenuamente difesi tanto meno dalla Psicoanalisi, a partire dalla domanda quale Psicoanalisi?
Ma a questo punto conviene dare un po’ di ordine per quanto sia possibile, visto che il testo non si presenta in forma organica né convenzionale anzi direi in forma provocatoria, fantasiosa, multiforme a volte anche un pò ostica e ambiziosa.
Cominciamo dal titolo molto simile al racconto di Jack Vance del 1954, il cui protagonista Aile Farr cerca di rubare un seme delle case viventi per dominare una tecnologia avanzata, appunto quella delle case viventi, i cui abitanti si ribellano perché temono che l’invenzione venga sfruttata e corrotta. E questo riferimento ci indica anche quanto possa essere un impegno politico quello di contribuire a creare più che a capire. (Qui il riferimento è a Ogden). Altro testo, evocato ma poco attinente, è Le popolazioni dell’Es di E.Kriss, H.Hartmann e R. Lowenstein un testo di grande rilievo nella formazione dell’Ego Psychology. Un lungo viaggio nell’esplorazione delle trasformazioni pulsionali in relazione alla cultura dell’epoca e alla società. Ma questo non deve trarre in inganno, il lettore non troverà riferimenti al bacino dell’Ego Psychology ma trarrà più spunti di discussione dalla tradizione psicoanalitica e filosofica continentale. Questo non per segnare le tracce di una impossibile origine ma semmai per accreditare “l’infinita serie di connessioni” a cui il testo in vari modi rimanda.
Interessante è anche la suddivisione in capitoli non solo per i temi ma per l’approccio dialogico e la costruzione direi corale in diverse parti con analiste e analisti, filosofi e antropologi sui temi come identità, soggettività queer, transizione di genere, realtà virtuale etc per esplorare le diverse articolazioni dei mutamenti psichici, culturali, sociali.
Per concludere il mio invito alla lettura de I Popoli dell’Es – Psicoanalisi delle mutazioni di Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani, due giovani psicoanalisti, vorrei citare una frase di Alfredo Lombardozzi, alla fine del volume, che parafrasa una frase di Umberto Eco: “Quando qualcuno sente di essere qualcosa, odia chi è quasi-qualcosa”.
“Lo sforzo che anima questo libro è quello di pensare il rapporto, il legame, tra “qualcosa e “quasi-qualcosa”. Questa citazione ci ricorda anche l’opportunità di mettere in discussione noi stessi, quello che pensiamo e sentiamo, immersi come siamo in una rete di processi che si “catalizzano a vicenda. Non è vero che la vita genera strutture particolarmente ordinate… è un disordinarsi autostrutturato, come il resto dell’universo”. (C. Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi).
Buona lettura