di Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani
Vorremmo cominciare da una domanda apparentemente strana, forse persino un po’ scandalosa: che cosa può una malattia? O, ancora più precisamente: che cosa può un tumore?
Naturalmente non intendiamo: a che cosa serve una malattia. Non c’è nessuna pedagogia del dolore, nessuna retorica per cui “tutto accade per una ragione”, nessuna spiritualizzazione consolatoria della natura matrigna. Una malattia grave resta un evento insensato, brutale, opaco. Ma soprattutto casuale: arriva senza chiedere permesso. Interrompe la continuità dell’esistenza, spezza l’illusione — necessaria, quotidiana — che il corpo sia semplicemente il nostro mezzo silenzioso per stare al mondo.
Ma la domanda “che cosa può una malattia?” ci permette di spostare leggermente il punto di vista. Viene da Spinoza, ripreso poi da Deleuze: non sappiamo che cosa può un corpo. Non sappiamo in anticipo di quali affetti sia capace, quali incontri diminuiscano la sua forza vitale, quali la aumentino, quali intensità lo attraversino, quali trasformazioni possano prodursi quando qualcosa lo colpisce. Il corpo non è soltanto un organismo da riparare; è anche una superficie di incontri, di memorie, di legami, di paure, di desideri. È il luogo in cui la vita accade prima ancora di diventare racconto.
In Cosa sarà, Francesco Bruni prende questa domanda e la porta dentro una storia apparentemente semplice: Bruno Salvati, regista in crisi, uomo separato, padre imperfetto, figlio pieno di conti sospesi, scopre di avere una malattia grave. Da quel momento, la sua vita viene riconfigurata. Non perché la malattia lo renda magicamente migliore. Il film è molto più intelligente di così. La malattia non nobilita Bruno; lo smonta. Oggi si direbbe, lo decostruisce. Lo costringe a vedere ciò che prima riusciva a tenere a distanza: i figli, il padre, l’ex moglie, la propria paura, la propria comicità difensiva, la propria dipendenza dagli altri.
Il film tocca qualcosa di profondamente psicoanalitico e comprensibile a tutti: il trauma non è solo ciò che accade; è ciò che accade dentro una vita e costringe quella vita a riorganizzarsi.
Hannah Arendt scriveva che non è tanto importante il trauma ma ciò che ce ne facciamo. Non basta che qualcosa accada. Occorre che ciò che accade trovi, prima o poi, una forma, una scena, una parola, un legame. Il trauma, di per sé, è muto. Come la natura non ha nessun debito nei nostri confronti anche il trauma non ha nulla da dirci di suo. Non ha debiti nei confronti del senso. Ma è un urto. E dunque è dopo, nel lavoro che ne facciamo, che può diventare esperienza. Non sempre. Non automaticamente. Ma può. E può solo nella misura in cui, per citare Thomas Ogden, servono almeno due persone per trasformare quell’urto in qualcosa che può essere sognato. Nel film, come abbiamo visto, ne servono tante.
Bruno, all’inizio, sembra inchiodato a una piccola mitologia personale: è stato fragile, è stato poco visto, è stato ferito, è stato tradito. La scena iniziale delle macchinine è perfetta proprio perché è minuscola e assoluta: un bambino affida le sue macchinine a un altro bambino, e l’altro sparisce. In quel gesto infantile c’è tutto: la fiducia, il furto, l’umiliazione, la convinzione che il mondo ti abbia fregato appena tu hai provato ad aprirti.
Per chi frequenta un po' di letteratura psicoanalitica, non può non venire in mente Winnicott. Per lo psicoanalista inglese l’accordo tra sé e l’ambiente non è per niente scontato. Ci dobbiamo un po' “illudere” perché sia possibile vivere, o meglio è necessario che l’ambiente ci abbia un po' assecondato nell’illusione di essere noi a crearlo. Così ci è possibile non vedere ciò che non deve essere visto, il fatto che viviamo in un mondo insensato, per citare Winnicott, che aggiunge: almeno finché non siamo troppo stanchi… o malati.
È una scena, quella delle macchinine, quasi psicoanalitica. Perché tutti abbiamo, da qualche parte, le nostre macchinine: qualcosa che abbiamo consegnato fiduciosamente al mondo e che ci è sembrato non tornare più. Da quel momento, spesso, organizziamo una piccola teoria privata dell’esistenza. “Non ci si può fidare.” “Agli altri va meglio.” “Io sono quello fragile.” “Io sono quello a cui tolgono.” “Io sono la vittima.”
Il punto decisivo è che il film non ridicolizza questa posizione. Bruno è davvero fragile. È davvero spaventato. È davvero esposto. Ma a un certo punto la figlia gli dice qualcosa che incrina la sua versione di sé: d’altronde come ci ricorda Piera Aulagnier, psicoanalista francese, ogni interpretazione comporta una quota di attribuzione violenta. La figlia nell’incrinare l’attribuzione di quella fragilità in realtà lo libera: non sei stato solo una vittima; sei stato anche un privilegiato. Hai potuto permetterti certe distrazioni, certe assenze, certe leggerezze. Hai avuto intorno donne forti, figli che hanno retto più di quanto avrebbero dovuto, un padre che ha taciuto ma ha anche custodito qualcosa, una rete di cure, un sistema sanitario, una possibilità di salvezza.
Questa è una delle svolte più belle del film: Bruno non viene consolato nella sua fragilità, ma l’etichetta di fragile trova una nuova mobilità. Che è una cosa molto diversa.
Essere riconosciuti fragili può essere vitale. Essere inchiodati alla fragilità può diventare una prigione. Quando una persona viene definita “fragile”, spesso sembra che le venga concesso qualcosa; in realtà, a volte, le viene tolta complessità. Bruno è fragile, certo. Ma è anche egocentrico, ironico, tenero, infantile, intelligente, impaurito, privilegiato, bisognoso, ingiusto, amabile. Il film gli restituisce tutto questo ventaglio. Non lo riduce alla diagnosi medica, ma nemmeno alla diagnosi caratteriale.
E qui arriviamo a un altro aspetto molto importante: Cosa sarà non è un film sulla malattia come identità. È un film sulla malattia come evento che scompone le identità già pronte.
Il malato non è “un guerriero”. Bruni evita con molta grazia quella retorica bellica per cui chi si ammala deve combattere, vincere, essere forte, sorridere, imparare la lezione. Bruno non combatte come un eroe. Bruno ha paura. Si arrabbia. Si vergogna. Si affida. Si lascia curare. Si fa rasare i capelli. Guarda la propria immagine cambiare. Sente che il corpo, improvvisamente, non è più un possesso garantito.
Il cinema fa qualcosa che la psicoanalisi conosce bene. Non spiega: mette in scena.
Il corpo di Bruno non viene raccontato come concetto, ma mostrato nei suoi passaggi: il malore, gli esami, l’ospedale, la chemioterapia, l’attesa, la ricerca del donatore. E accanto al corpo medico c’è sempre un corpo affettivo: il corpo guardato dai figli, toccato dai medici, accudito dagli infermieri, desiderante, imbarazzato, ridicolo, spaventato, vivo.
In termini deleuziani potremmo dire che la malattia agisce a un livello molecolare. Non solo perché colpisce le cellule, il sangue, il midollo. Ma perché modifica micro-percezioni, micro-rapporti, piccole intensità quotidiane. Cambia il modo in cui Bruno guarda un corridoio, un volto, una telefonata, una promessa. Cambia la consistenza degli affetti.
Gli affetti, nel film, vengono sdoganati dalla loro codifica abituale. Ci spieghiamo. Di solito abbiamo codici abbastanza rigidi: il padre deve proteggere, la figlia deve essere figlia, l’ex moglie deve essere ex, il medico deve essere tecnico, il malato deve essere paziente, il figlio adolescente deve essere problematico. Il film, invece, sposta queste funzioni. La figlia diventa quasi adulta davanti al padre. L’ex moglie resta una presenza di cura. Il padre, che sembrava portatore di un vecchio debito, diventa colui che custodisce un segreto salvifico. La sorella sconosciuta entra come possibilità biologica e affettiva. Persino l’ospedale, che dovrebbe essere solo luogo di paura, diventa anche luogo di incontri, di ironia, di osservazione, di cinema.
E infatti c’è una scena che per noi, questa sera, è particolarmente preziosa: il momento del cineforum dentro il film, o comunque della proiezione in ospedale, del cinema che entra nel luogo della cura. È una scena quasi speculare alla nostra: noi siamo qui a parlare di un film sulla malattia; nel film, il cinema viene portato là dove la malattia sta accadendo.
Questo è un punto bellissimo. Il cinema non guarisce al posto della medicina. Non sostituisce il trapianto, la competenza dell’ematologa, le cure, il corpo del donatore. Ma produce un’altra forma di cura: apre uno spazio comune. Per un momento, il paziente non è soltanto paziente; è spettatore, autore, interlocutore, corpo tra altri corpi che guardano. Il cinema interrompe l’isolamento della malattia. Permette di stare insieme davanti a qualcosa, invece che stare ciascuno chiuso nella propria paura.
Questo vale anche per la psicoanalisi, se la intendiamo nel senso più ampio: non come spiegazione dall’alto, ma come possibilità di trasformare un urto in racconto, un sintomo in scena, un dolore in pensiero condivisibile. A volte non possiamo cambiare ciò che è accaduto. Possiamo però cambiare la posizione da cui lo abitiamo.
È esattamente quello che succede a Bruno con la propria storia infantile. La scena delle macchinine, che all’inizio sembra il paradigma del tradimento, alla fine si riapre. Il bambino non era necessariamente scappato per rubarle. Forse torna. Forse restituisce. O forse è Bruno che può finalmente sognare una restituzione. E non è così importante decidere se sia ricordo o sogno. Anzi, la forza della scena sta proprio lì: non siamo più nel tribunale della verità fattuale, ma nello spazio trasformativo della verità psichica.
Che cosa significa? Significa che una scena interna, rimasta per anni fissata nel segno del furto, può essere riattraversata. Può cambiare affetto. La memoria non cambia come cambia un dato d’archivio; cambia quando cambia il posto che occupa dentro di noi. Il bambino delle macchinine non cancella la ferita originaria. Ma la ferita non comanda più tutta la storia.
E qui torniamo alla nostra domanda iniziale: che cosa può un tumore, o meglio, che cosa può una malattia grave dentro una vita?
Può distruggere. Certamente. Può terrorizzare. Può umiliare. Può togliere futuro, corpo, autonomia, bellezza, desiderio. Ma, quando incontra una rete di legami, una possibilità di racconto, una scena condivisa, può anche produrre una trasformazione. Non perché sia “buona”, ma perché costringe a rimettere in movimento ciò che era bloccato.
La malattia di Bruno non gli insegna semplicemente che deve amare di più la vita. Questa sarebbe una frase da cartolina. Gli mostra piuttosto che la vita non è mai stata soltanto sua. Il suo corpo dipende da altri corpi. Il suo futuro dipende da una sorella che non conosceva. La sua salvezza passa per un segreto familiare. La sua identità di uomo fragile viene smentita e complicata dallo sguardo della figlia. La sua memoria infantile viene trasformata da un’immagine forse sognata: qualcuno restituisce le macchinine.
In questo senso, Cosa sarà è anche un film sulla dipendenza. Una parola che nella nostra cultura non amiamo molto. Preferiamo autonomia, efficienza, prestazione, controllo. La malattia invece riporta Bruno a una verità elementare: siamo vivi perché dipendiamo. Dipendiamo da chi ci cura, da chi ci dona, da chi ci sopporta, da chi ci dice la verità, da chi ci guarda quando non siamo più presentabili.
Ma il film non fa della dipendenza una regressione umiliante. La mostra come una condizione umana. Bruno non diventa meno uomo perché ha bisogno. Diventa forse più umano quando può smettere di recitare la parte di chi se la cava con una battuta, con una fuga, con una piccola posizione vittimaria.
Il titolo, allora, è perfetto: Cosa sarà. Non “cosa sono stato”, non “che cosa mi hanno fatto”, non “perché proprio a me”. Ma: cosa sarà. Il futuro resta aperto, e proprio per questo fa paura. Però l’apertura del futuro non coincide più con l’illusione del controllo. Coincide con la possibilità di affidarsi.
Forse il punto più commovente del film è questo: Bruno non viene “salvato” perché diventa forte. Viene salvato perché entra in una rete di restituzioni. Gli viene restituita una sorella, una diversa immagine del padre, una diversa immagine dei figli, una diversa immagine di sé. Gli viene restituita persino la possibilità di pensare che il mondo non sia soltanto il luogo in cui qualcuno ti ruba le macchinine.
E qui il cinema compie il suo gesto più delicato. Non nega l’ingiustizia. Non dice: vedi, alla fine tutto torna. Perché non tutto torna. Non sempre si guarisce. Non sempre il donatore c’è. Non sempre il trauma diventa occasione trasformativa. Sarebbe crudele dirlo.
Il film dice qualcosa di più sobrio e più vero: quando una vita viene colpita, può accadere che alcune scene si rimettano in movimento. Può accadere che gli affetti si sgancino dalle vecchie etichette. Può accadere che il fragile scopra di essere anche altro. Può accadere che la vittima scopra di essere stata anche privilegiata, amata, sostenuta. Può accadere che il corpo malato, proprio perché perde la sua falsa autosufficienza, riveli la trama di corpi da cui è sempre stato sostenuto.
Forse è questo che può una malattia, quando non resta sola: non dare senso al dolore, ma impedire che il dolore abbia l’ultima parola.
E allora il sogno finale delle macchinine diventa una piccola teoria della cura. Curare non significa riportare tutto com’era. Significa permettere che qualcosa torni in un’altra forma. Un gesto, un oggetto, un affetto, una fiducia. Le macchinine non sono soltanto giocattoli restituiti. Sono la possibilità di dire: la mia storia non era tutta lì, nel furto. C’era anche un ritorno possibile. C’era anche un’altra versione. C’era anche qualcuno, da qualche parte, che poteva venire verso di me.
Per questo Cosa sarà non è soltanto un film sulla malattia. È un film sulla trasformazione di una postura esistenziale. Bruno non diventa un santo, non diventa un eroe, non diventa un paziente esemplare. Resta Bruno: ironico, impacciato, un po’ egocentrico, tenero, fragile, privilegiato, vivo. Ma qualcosa si è spostato. E in psicoanalisi, come nel cinema, spesso è questo che conta: non la grande conversione, ma un piccolo spostamento della scena.
Una vita ricomincia non quando tutto viene spiegato, ma quando una scena che sembrava chiusa può essere sognata diversamente.
E forse, uscendo da questo film, possiamo portarci via proprio questa domanda spinoziana e deleuziana, semplice e immensa: non sappiamo che cosa può un corpo. Non sappiamo che cosa può un corpo malato, un corpo curato, un corpo che dipende, un corpo che ricorda, un corpo che sogna. Non sappiamo nemmeno che cosa può un film, quando ci permette di guardare insieme ciò che da soli avremmo paura di vedere.
Ma questa sera, in un cineforum, possiamo almeno dire questo: il cinema può restituirci le macchinine. Non quelle perdute davvero, forse. Ma quelle che, dentro di noi, aspettavano ancora di poter tornare in scena.
Ci sembra che lì il film dica una cosa molto profonda: non sempre possiamo cambiare ciò che è accaduto, ma possiamo trasformare la scena interna in cui quell’evento continua a vivere.
