Clinicamente

Come funziona una psicoanalisi? Intervista a Cristiano Rocchi sul setting di Emiliano ALBERIGI


Come funziona una psicoanalisi? Intervista a Cristiano Rocchi sul setting di Emiliano ALBERIGI

Come funziona una psicoanalisi? Questa domanda viene intesa qui nel suo senso pratico o pragmatico, ovvero nel senso di cosa accade quando si va da uno psicoanalista: cosa mi accadrà? Che devo fare o dire e cosa mi verrà chiesto di fare o dire?

In inglese si dice how does it work? Ed è un’espressione che evoca ulteriori aloni di senso e significato sia nella direzione del funzionamento, se una cosa funziona bene o male ad esempio, ma anche nel senso di un lavoro che evoca appunto una prassi più o meno codificata.

Per rispondere a come funziona una psicoanalisi sotto questo versante serve comprendere in cosa consista il setting in psicoanalisi, concetto fondante la nostra pratica, che fa riferimento all’insieme degli accordi (e conseguenti disaccordi) tra analista e paziente che regolano i possibili modi in cui si può svolgere l’incontro tra loro.

Di seguito riporto un’intervista realizzata con il Dr. Cristiano Rocchi, membro dal 1996 della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytic Association e socio del Centro Psicoanalitico di Roma; ha assunto le funzioni di Analista di Training nel 2011, attuale membro della Commissione Coordinamento del Training come Segretario della Seconda Sezione Romana dell’Istituto Nazionale di Training dove insegna e fa parte del gruppo di studio internazionale Geografie della Psicoanalisi.

Dopo aver realizzato l’intervista, ci siamo resi conto che per poter parlare di setting a chi non ha mai fatto un’esperienza analitica è difficile non ricorrere a metafore. Questo sembra un paradosso: come mai proprio per parlare di uno degli elementi più concreti del nostro lavoro che a volte possono addirittura apparire prosaici, ci si ritrova a dover fare ricorso al linguaggio immaginifico proprio delle metafore? Non posso che lasciare per il momento in sospeso questa domanda rinviando la risposta al termine dell’intervista a cui segue una mia breve appendice dove espongo alcune immagini e conseguenti riflessioni attorno al tema del setting.

Emiliano Alberigi Quaranta


Intervista a Cristiano Rocchi

Cosa significa il termine setting in psicoanalisi?

Cristiano Rocchi (CR): “Il termine setting deriva dal verbo inglese to set, che significa impostare, stabilire e il sostantivo corrispondente, set, significa situazione, ambiente (v. set cinematografico). È tutto ciò, potremmo dire semplicemente, che istituisce e costituisce la cornice di un fenomeno o meglio di una serie di fenomeni. Quindi, visto che stiamo trattando di psicoanalisi dobbiamo parlare di setting psicoanalitico, vale a dire l’insieme degli elementi che regolamentano la cura psicoanalitica.”

 

Di quali elementi stiamo parlando?

CR: “Sono di due tipi: esterni e interni.

I primi sono le regole esplicite del contratto (termine che già implica che ci debba essere un accordo, in buona parte esplicito, tra analista e analizzanda/o): luogo della cura, frequenza ed orari, onorari, fatturazione, pause nel trattamento, ruolo dell’analista, che sono regole che devono essere concordate tra i due contraenti fin dall’inizio.

Poi abbiamo regole asimmetriche relative al cosiddetto setting cosiddetto interno, che sanciscono ulteriormente la differente posizione che nella cura analista e paziente hanno: per chi è in analisi il dire tutto quello che passa per la mente senza censura alcuna e corrispondentemente per l’analista ascoltare senza preoccuparsi di tenere a mente alcunché, utilizzando l’ “attenzione uniformemente sospesa” (Freud, 1912, 532-33; preferisco -come faccio sempre presente ai miei allievi- questa mia traduzione a quella generalmente in uso di attenzione liberamente fluttuante, che non rende bene l’idea della locuzione nell’originale tedesco gleichschwebende Aufmerksamkeit) ed inoltre attenersi ai principî di neutralità e di astinenza, vale a dire non giudicare ed esimersi dal soddisfare richieste del paziente o svolgere ruoli che questi può indurre (Laplanche e Pontalis). Di certo queste sono regole cui tendere, potremmo dire asintoticamente, quasi fossero una metafora dell’esistenza umana, della conoscenza, caratterizzate dall’avvicinamento all’ideale senza mai raggiungerlo.”

 

Perché il setting è così importante?

CR: “Seguendo quanto ci ha insegnato J. Bleger, che è lo psicoanalista che ha condotto lo studio più sistematico e profondo sul concetto di setting, potremmo in modo semplice dire che assumendo che la situazione analitica è l’insieme dei fenomeni che hanno luogo nella relazione analista-paziente, abbiamo delle variabili, che vanno a comporre il processo: i fenomeni che possono essere osservati, analizzati ed interpretati e l’inquadramento: un non-processo, vale a dire le costanti che costituiscono di fatto la cornice che delimita, circoscrive, lo spazio -fisico e psichico- della cura. Una osservazione importantissima a questo proposito è che processo ed inquadramento sono in continua interazione l’uno con l’altro e l’analista deve essere capace di guardarli in questo loro dinamismo, come se fossero una immagine gestaltica in cui figura e sfondo si alternano.”

 

E se il paziente mette in discussione il setting?

CR: “Prima o poi accade. Può farlo in modo esplicito (ad esempio ritardi nel rispetto dell’orario e dei pagamenti, non voler più usare il lettino se fino a quel momento è stato usato, voler ridurre il numero di sedute, voler avere uno sconto, svalutare l’analista all’esterno etc.), oppure in modo implicito, non rispettando la regola di dire senza censura ciò che gli passa per la mente. In questi casi analista e paziente cercheranno di comprendere i motivi di tali (dis-)funzionamenti: questo lavoro sull’hic et nunc della seduta e sulla relazione tra analizzanda/o e analista è un lavoro fondamentale che basandosi anche su uno dei concetti pilastro della teoresi psicoanalitica, il transfert, porta la coppia analitica alla scoperta di elementi rimossi nella mente del/la paziente, quegli elementi che spesso l’hanno costretto/a vivere la propria vita con sofferenza e limitazioni.”

 

Il setting è sempre lo stesso o è cambiato nel tempo?

CR: “Anche se l’impianto del setting è una necessità per la cura psicoanalitica, i suoi parametri variano e dipendendo oramai anche da scelte tecniche del singolo analista. Ha dunque subito e sta subendo variazioni a seconda dei contesti storici e geografici: cambia la frequenza (il numero di sedute settimanali sta diminuendo), cambia la posizione fisica del paziente (un’analisi si può fare anche senza l’uso del lettino), diminuisce la asimmetria tra analista e paziente anche grazie alle trasformazioni del cosiddetto principio di autorità in tutte le società.

Interessante è notare anche quanto sia l’allargamento dello spettro di analizzabilità, che i supposti cambiamenti delle patologie e dei portatori di esse (il nostro prossimo Congresso Nazionale sarà dedicato proprio a questo tema) possano aver influito sui mutamenti del setting. Dico supposti perché a mio parere oggi abbiamo a disposizione strumenti di osservazione dei fenomeni nella stanza di analisi che prima non avevamo: è un po’ come se avessimo sostituito un telescopio galileiano con il James Webb Space Telescope (JWST). Ovviamente, e sottolineo l’ovviamente, se lo strumento tecnico è così cambiato, è anche perché sono mutate le teorie che sottendevano la costruzione di esso. E questo ci deve far riflettere molto come analisti. <<Risulta così evidente che se cambiano la teoria e gli strumenti, cambiano anche gli “osservabili” e, reciprocamente, se cambia il campo osservato, dovremo cambiare corrispondentemente le teorie e gli strumenti>> (F. Riolo)”

 

Quindi anche i modelli psicoanalitici influenzano il setting?

CR: “Certamente: oramai i modelli teorico-tecnici sono diversi e non c’è più un unico modello con regole e teorie cliniche uniformi. C’è per esempio un concetto strettamente legato al setting cui vorrei accennare, quello di regressione.

 

Che si intende per regressione e in che relazione è con il setting?

CR: “Il modello psicopatologico della teoria classica si basa sull’idea di una regressione a differenti stadi dello sviluppo libidico, e pertanto la regressione in analisi (intendo sia nella singola seduta che nel corso del lungo processo analitico) è strumento necessario per andare a individuare i punti di fissazione del disturbo, punti di fissazione che possono essere situati in una qualsiasi delle fasi dello sviluppo psicosessuale dell’individuo. Questi punti saranno poi auspicabilmente sbloccati grazie alla ripetizione prima, ed alla interpretazione poi, nella relazione psicoanalitica, di determinate configurazioni intrapsichiche ed interpsichiche.

Nel corso della storia della psicoanalisi, come dicevo sopra, tutti i concetti o quasi hanno subito delle trasformazioni, alcuni arricchendosi di significati, altri perdendo contatto con la loro origine. Senza ulteriori commenti cito Winnicott: “Il setting dell’analisi riproduce le prime, primissime tecniche delle cure materne. Invita alla regressione grazie alla sua stabilità e sicurezza [reliability]” (1955, 286; it. 342). Winnicott sostiene il punto di vista per cui sono gli aspetti positivi del setting analitico a fornire un ambiente facilitante, un holding, che rende possibile la regressione. L’enfasi è su un ambiente attivo, responsivo, nel quale il setting rappresenta aspetti dell’atteggiamento dell’analista. Winnicott sottolinea l’importanza vitale del setting in quanto fattore terapeutico in se stesso per quei pazienti il cui disturbo evolutivo ha condotto alla formazione di un falso sé (1955). Macalpine: “L’immutabilità di un ambiente costante, passivo, costringe [il paziente] ad adattarsi, cioè a regredire a livelli infantili” (1950, 525; it. 94). Steiner (1993) vede la regressione come un “ritiro psichico” del paziente e la regressione non come il prodotto del setting ma la patologia del paziente evidenziata nelle specifiche condizioni di lavoro offerte dal setting analitico. Per Green la cornice (frame) e la qualità della presenza analitica che l’accompagna è l’“ambiente” attuale nel suo ruolo di facilitazione o di interferenza (impingement) nei confronti della capacità del paziente di vivere esperienze in uno spazio transizionale e di pensiero creativo. Balint si occupò degli aspetti terapeutici della regressione nel contesto della sua revisione della psicopatologia. Il modello classico freudiano - basato sull'interpretazione delle resistenze allo scopo di raggiungere l’insight - presuppone che i pazienti siano in grado di interiorizzare o di ‘mettere dentro’ ciò che la relazione analitica gli offre; che le interpretazioni siano sperimentate come interpretazioni e non come qualcos'altro; e che l’Io sia pronto al lavoro elaborativo. Il modello rivisitato è necessario nel caso di pazienti con gravi disturbi narcisistici, borderline e psicotici, nei quali, soggetti a regressione significative in analisi, si corre il rischio di generare una reazione terapeutica negativa, o ancor peggio di provocare un’attitudine compiacente nel paziente, se si interpreta come nei pazienti nevrotici. Queste alcune delle diverse visioni della regressione, come fenomeno dipendente in buona misura dal setting. Da queste diverse versioni del setting e di ciò che esso può produrre discendono modelli psicoanalitici operativi differenti.”

 

In sintesi, come possiamo definire il setting oggi?

CR: “Tutti i diversi modelli psicoanalitici cui ho accennato brevemente, hanno in comune la funzione del setting di contenere, delimitare, inquadrare quella sorta di stupendo esperimento che è la singola seduta analitica, consentire che i due membri della coppia analitica possano sentirsi sufficientemente sicuri al suo interno e che infine, seduta dopo seduta, anche attraverso il dipanarsi delle narrazioni, si possano osservare la processualità e il divenire psichico del soggetto, anzi dei due soggetti, analista e paziente che per dirla con Bion sono chiamati a “Fare del loro meglio per cavarsela in un brutto affare”!


Coda di Emiliano Alberigi Quaranta: metafore del setting

Al termine di questa intervista ho sentito l’esigenza di correggere il tiro rispetto alle domande che avevo posto e di rilanciare proponendo una sfida che tuttavia si è rivelata di difficile soluzione. Nel corso della mia esperienza con i pazienti avevo in mente le varie e diverse domande che mi sono state poste negli anni. Mi sono dunque proposto di estrapolarle, immaginando un paziente tipo che avrebbe potuto porle tutte insieme ed in sequenza (perché mi può essere utile più volte a settimana? Perché ci diamo del Lei? Perché è indicato l’uso del lettino? Perché mi può essere di aiuto dire tutto ciò che mi viene?)

Operazione che si è rivelata chimerica dal momento che ogni paziente pone una domanda all’interno di uno specifico contesto cui possiamo rispondere solo rivolgendo il nostro ascolto a quanto ci sta dicendo, anche se la comunicazione ci arriva piuttosto in forma di domanda.

Tuttavia, non volevo lasciar cadere l’esigenza di trovare il modo per rispondere alle questioni che mediamente ci sentiamo porre dai nostri pazienti, un modo che andasse appunto al di là dell’interpretazione.

Parlandone con il Dr. Rocchi è dunque emersa l’idea che, se non si può applicare la questione allo specifico di chi la domanda la pone, il paziente appunto, può essere una buona alternativa rispondere proponendo un’immagine, una metafora: uno scenario dove l’occhio possa spaziare evocando diverse letture possibili e consentire all’interpretazione di non uscire dalla porta ma di riaffacciarsi in finestra…

D’altronde il parlar per metafore è un espediente su cui Freud aveva già dato prova di una certa maestria. Espediente che può essere utile percorrere con la cautela che ci può ispirare Lacan: che la metafora si dispieghi nell’ordine del simbolico e non in quella dell’immaginario. Cautela che intendo seguendo queste istruzioni per l’uso: la metafora propone un’immagine rispetto al quale non ritroveremo lo specchio di una realtà che sempre ci sfugge ma piuttosto uno scenario da esplorare e da percorrere fin nei minimi termini quando troveremo che quell’immagine non ci parla più e di cui potremo infine fare a meno.

Le metafore per illustrare il setting o alcuni suoi aspetti che propongo in coda sono dunque quattro: una estratta da un riferimento che Rocchi fa nella sua intervista, una piuttosto celebre di Freud, una elaborata da me e un’ultima, sempre di Rocchi emersa quando abbiamo riflettuto a posteriori sull’intervista.

Il set cinematografico

Rocchi all’inizio della sua intervista fa riferimento al set cinematografico per far intendere uno dei possibili usi della parola. È possibile pensare al set cinematografico anche come metafora perché è possibile vedere la scena popolarsi di diversi elementi che evocano possibili idee, corrispondenze, somiglianze e inevitabili differenze. C’è un copione, ci sono degli attori, ci sono delle riprese e un regista, c’è una scenografia. C’è uno scarto tra il copione e l’interpretazione dell’attore, lo stesso scarto che ci può essere tra l’esperienza vissuta (il copione) e l’esperienza ricordata (l’interpretazione dell’attore). C’è una messa in scena, un rendere visibile qualcosa che è stato solo scritto o immaginato. In questa metafora c’è l’idea che il setting è qualcosa che permette sia questo scarto che la possibilità di rendere visibile qualcosa che ancora non lo è. Se ipotizziamo che lo spettatore è l’io del paziente, colui che è totalmente ignaro del prodotto finale, e l’analista chi è? Forse un produttore che sa poco del prodotto finale? O anch’egli uno spettatore? Di sicuro, attori, sceneggiatori, regista e scenografi sono le diverse parti che grazie all’analisi possono animarsi e prendere vita.

Il passeggero nel vagone del treno

Questa è la nota metafora che Freud usa per illustrare al paziente come associare liberamente in seduta:

“Dica dunque tutto ciò che Le passa per la mente. Si comporti, per fare un esempio, come un viaggiatore che segga al finestrino di una carrozza ferroviaria e descriva a coloro che si trovano all’interno il mutare del panorama dinanzi ai suoi occhi” (in Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi del 1913)

Anche su questa immagine si può giocare: dove va lo sguardo dello spettatore? Sul paesaggio che gli offre lo scorrere del treno o anche su gli altri passeggeri presenti nel vagone? E cos’è il movimento del treno, ciò che permette lo scorrere di sempre nuovi scorci interiori? È qualcosa che attiene solo al passeggero o anche agli altri passeggeri che il treno trasporta? L’associazione libera del paziente non parla solo dei suoi contenuti mentali ma anche di una mente all’interno di una situazione relazionale, il paziente non viaggia solo anche se il suo sguardo si volge al di fuori del finestrino.

La casa

Quando mi sono concentrato sul fatto che il setting riguarda anche un modo di impostare il rapporto con un’altra persona, è inevitabile riconoscere che anche il paziente porta un proprio modo di intenderlo. Il paziente è dunque portatore di un setting, spesso implicito, che può generare malintesi se non viene esplicitato.

Si può provare a spiegare il senso del setting attraverso la metafora della casa. Chiedere aiuto a uno terapeuta significa non sentirsi più a proprio agio con se stessi. Il nostro lavoro diventa allora costruire, insieme, una casa che possa diventare un luogo in cui il paziente stia bene. L’analista conosce le regole strutturali perché quella casa sia solida, ma il progetto deve essere condiviso: ogni paziente ha già la propria abitazione interiore, con stanze note e zone ancora ignote. Il lavoro terapeutico sarà ristrutturare e ampliare questa casa perché possa abitarla in modo più libero.

Costruire la casa non è arredarla: ciò che il paziente metterà al suo interno gli apparterrà pienamente. Il compito dell’analista è aiutare a definire le fondamenta, non a decidere i mobili.

Durante il lavoro, tutto ciò che accade tra paziente ed analista – pensieri, emozioni, fantasie, sogni – fa parte di questo processo. Ogni contenuto mentale non è solo un oggetto, ma un vettore che porta direzione e senso. Anche un racconto semplice che il paziente fa relativamente alla sua vita, può diventare un modo per esplorare cosa accade “dentro” la relazione e costruire uno spazio interno in cui il paziente possa distinguere e pensare i propri affetti.

Il setting, dunque, è la cornice che rende possibile questo accadere: uno spazio condiviso e sicuro dove il paziente possa abitare se stesso, e dove l’analista si fa architetto e ospite, mai padrone, di quella casa comune chiamata relazione terapeutica.

Il ponte

Un’ultima metafora, questa proposta da Rocchi al termine della nostra conversazione sul setting è quella del ponte. Come per la metafora della casa, siamo sempre nell’ordine della costruzione di qualcosa, tuttavia in questo caso il ponte è qualcosa che unisce due sponde e fin qui tutto molto chiaro. Può essere interessante esplorare l’analogia considerando che spesso i modi per unire le due sponde di un corso d’acqua o fosso che sia, sono molto differenti. Ci sono ponti dedicati a far transitare cose diverse: persone, auto, treni, etc, così come vi sono ponti di diversa forma e dimensione. Ma soprattutto tra due sponde si possono costruire ponti in punti e momenti differenti e uno stesso ponte può essere ricostruito, ampliato e quello che un tempo era adatto per un piccolo fiume diviene in seguito necessario riadattarlo alle modifiche del territorio.

In questo caso il ponte come setting fa riferimento ad una costruzione che da un lato ha una funzione di transito tra due sponde, dall’altro si deve rendere necessariamente stabile, forte e duratura ma al tempo stesso è aperta e flessibile a possibili modifiche e ricostruzioni future in seguito a mutate esigenze.


Bibliografia

Balint M., Balint E. (1959): "Thrills and regression”. In: "La regressione", Raffaello Cortina Ed., 1983.

Bion, W.R. (1979) Making the Best of a bad Job. In Clinical Seminars and other Works, Karnac Books, 1994

Bleger, J. 1967, Simbiosi e ambiguità, (capitolo VI, Psicoanalisi dell’inquadramento psicoanalitico, pagg 271-284) Ed. Lauretana

Freud, S. 1912, Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico (da Tecnica della psicoanalisi) OSF, vol. 6, pagg. 532-541 — 1913 Inizio del trattamento (da Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi) OSF, vol.7, pagg. 333-352

Green, A. (1990). L’analista, la simbolizzazione e l’assenza nel setting analitico in Psicoanalisi degli stati limite. La follia privata. Raffaello Cortina, 1991.

Laplanche, J. - Pontalis, Jean-Bertrand, 1998, Enciclopedia della psicoanalisi, Ed. Laterza

Macalpine, I. 1950, Lo sviluppo della traslazione, (in Setting e processo psicoanalitico), a cura di C. Genovese, 1988, Raffaello Cortina, pagg. 73-104

Dizionario Enciclopedico Interregionale di Psicoanalisi dell’IPA: voce Setting (psicoanalitico)

Steiner, J. (1993). Psychic Retreats. Routledge, London and New York. Trad.it. I rifugi della mente. Bollati Boringhieri, 1996.

Winnicott, D.W. (1955). Metapsychological and clinical aspects of regression within the psycho-analytical set-up. In Winnicott, D.W. (1958). Through Paediatrics to Psycho-Analysis. Tavistock Publications, London, 1958. Trad.it. Winnicott, D.W. (1958), Gli aspetti metapsicologici e clinici della regressione nell’ambito della situazione analitica. In Dalla pediatria alla psicoanalisi, Martinelli, Firenze, 1975, 1991.



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