Cultura, cinema e arte

Cinque domande a... Antonio Manzini a partire da Rocco Schiavone. Intervista di Flavia Salierno


Cinque domande a... Antonio Manzini a partire da Rocco Schiavone. Intervista di Flavia Salierno

Ci sono personaggi che risolvono enigmi e personaggi che, al contrario, li incarnano. Rocco Schiavone appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Vicequestore per mestiere, straniero per vocazione, Schiavone attraversa le pagine di Antonio Manzini come un uomo continuamente fuori posto. Romano trapiantato ad Aosta, poliziotto insofferente alle regole, investigatore capace di inseguire la verità degli altri mentre continua a sfuggire alla propria. La forza della scrittura di Manzini nasce proprio da questa condizione di dislocazione permanente. Nei suoi romanzi nessuno occupa davvero il posto che dovrebbe occupare. I personaggi vivono come tradotti altrove, costretti ad adattarsi a paesaggi, relazioni e circostanze che non hanno scelto. È una forma di sradicamento che non riguarda soltanto la geografia, ma lesperienza di sentirsi sempre leggermente estranei alla propria vita. In questo universo narrativo convivono registri apparentemente inconciliabili. Il noir si intreccia con la malinconia, la tragedia con il grottesco, la comicità con il dolore. Del resto, come accade nellesistenza quotidiana, anche nei romanzi di Manzini una battuta può seguire un lutto e un sorriso può nascondere una ferita. Non c’è mai una separazione netta tra il dramma e lironia, perché la vita stessa non conosce questa distinzione.

È forse per questo che Schiavone appare così umano. Non è un eroe e non aspira a esserlo. Porta con sé debolezze, contraddizioni, opacità morali. Appartiene a quella galleria di personaggi che interessano maggiormente a Manzini: figure nelle quali la parte in ombra conta quanto quella illuminata. Uomini e donne che non possono essere ridotti a categorie rassicuranti di bene e male, perché abitano quella zona intermedia nella quale ciascuno di noi riconosce qualcosa di sé. Anche il rapporto con la giustizia si muove su questo terreno ambiguo. Schiavone serve la legge senza identificarsi completamente con essa. Il suo sguardo resta ancorato a un personale sentimento del giusto, spesso in tensione con le norme che è chiamato ad applicare. È il conflitto eterno tra legge e coscienza, tra ciò che è legale e ciò che appare giusto, tra la regola e lesperienza concreta del dolore umano. Sul fondo di ogni indagine rimane poi qualcosa che nessuna soluzione riesce a cancellare del tutto. Nei romanzi di Manzini sopravvive sempre una quota di perdita, una malinconia ostinata, una parte inconsolabile della esistenza. È forse questo il vero mistero che interessa allo scrittore. Le ferite, le assenze, gli sradicamenti e le colpe.

Per questo leggere Antonio Manzini significa entrare in un mondo nel quale il giallo è soltanto la superficie del racconto. Sotto si muovono domande più profonde sulla identità, sul desiderio, sulla fragilità e sulla capacità di adattarsi alla vita senza smettere di interrogarla. Per questo, mi rivolgo a lui, con la stessa curiosità verso l’indagine e la scoperta.

 

Nei suoi romanzi convivono noir, malinconia e comicità. Che rapporto c’è, secondo lei tra queste posizioni?

Credo che ognuno di noi, quotidianamente, viva momenti diversi, a volte opposti, a distanza di pochi minuti. Eventi terribili si mischiano a situazioni grottesche, ironiche. Basta un dettaglio e una giornata apparentemente tranquilla si trasforma in un pozzo di malinconia che ci avvolge come una melassa. Riportare queste emozioni altalenanti credo sia il miglior modo per raccontare una verosimiglianza esistenziale.

 

Lei racconta spesso persone moralmente ambigue ma profondamente umane. Diffida dei personaggi risolti”?

Non è che io diffidi dei personaggi risolti, credo non esistano proprio. Mai creduto negli eroi e nelle eroine senza macchia e senza paura. Il carico di negatività, di debolezze, lo abbiamo tutti, ed è, almeno nelle persone oneste e sincere, ciò che cerchiamo sempre di nascondere agli altri. Ma c’è. La parte non illuminata della luna è quella che a me interessa di più, lì si scopre chi hai davvero davanti, se sei pronto ad accettare le debolezze altrui come le tue.

 

I suoi personaggi sembrano sempre un “fuori posto”: a Roma, ad Aosta, nelle relazioni, perfino nella propria vita. È lo sradicamento una delle chiavi della sua poetica?

Sì. Non essere al proprio posto, essere tradotto altrove, parola che mi ha sempre affascinato usata in questa accezione. Tradotto significa appunto che sei altro da te, diverso, sei passato attraverso il filtro dello sradicamento per adattarti e continuare a vivere. Tradotto in cella… tradotto al confine… essere in una nuova situazione di diversità non è solo una molla narrativa importante, ma dà la possibilità di sperimentare quanto un personaggio, una persona, sia in grado di adattarsi per continuare a vivere. E indagare se poi quella vita valga la pena di essere vissuta.

 

Schiavone rifiuta molte regole esteriori, ma segue codici morali molto rigidi e personali. Le interessa raccontare il conflitto tra legge e coscienza?

Che poi è il conflitto fra legge e giustizia, se cambiamo leggermente ottica. Il senso del giusto è radicato in ognuno di noi grazie alla cultura, alleducazione, allambiente, alle frequentazioni. Da sempre le società si sono affannate a dare una morale alle persone. Siano esse filosofiche o religiose, tutto il concettualismo metafisico tende solo a quello. Credere in unentità alla quale obbedire, dalla quale dipendere, sottomettersi. Ci si è evoluti, è subentrato il senso laico dello stato, anche se la permanenza dello spauracchio religioso è ben presente in molti paesi ancora oggi, e s’è cercato di far coincidere il senso di giustizia con la legge. Facile quando a comandare era la Bibbia o le sacre scritture. Un popiù difficile nelle società sviluppate. È il soggettivo (giustizia) che deve accordarsi alloggettivo (legge) in una diatriba infinita. Se mi hanno ucciso il figlio il mio senso della giustizia non sarà lo stesso di chi mio figlio lha ucciso. La legge deve fare questo, ed è un conflitto perenne.

 

Nei suoi libri sembra emergere lidea che ogni persona porti dentro una parte inconsolabile. Scrivere serve a comprenderla, a contenerla o a darle voce?

Serve a porsi delle domande, a cercare di capire lessere umano con le poche e spuntate armi che un narratore possiede.



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