Attualità della psiche

Cent’anni di Spi. Guardare alla fondazione come nuovo inizio - di A. Buonanno e C. Buoncristiani

7 giugno 2025: la Società Psicoanalitica Italiana ricomincia da cento


Cent’anni di Spi. Guardare alla fondazione come nuovo inizio - di A. Buonanno e C. Buoncristiani

Un anniversario è sempre un invito al ricordo ma, nella memoria psicoanalitica, il ricordo non è mai un semplice atto di registrazione: è un movimento, una riscrittura, un ritorno che trasforma. Se oggi celebriamo i cento anni dalla fondazione della SPI, avvenuta nel 1925 grazie a Marco Levi Bianchini, psichiatra ma attento lettore e poi traduttore di Freud, ed Edoardo Weiss, allievo diretto di Freud e Federn e primo Presidente eletto, non possiamo accontentarci di fissare una data sul calendario o di pronunciare parole solenni. La psicoanalisi, che della genealogia fa una pratica di interrogazione e non di consolidamento identitario, ci invita piuttosto a leggere il centenario come un après-coup.

L’origine, infatti, non si dà mai come presenza piena. L’inizio, nella prospettiva psicoanalitica, è sempre segnato anche dalla mancanza, da uno scarto, da un ritardo, da una messa in scena retroattiva. Come insegna Laplanche, è solo nell’après-coup che un evento acquista il senso che non aveva potuto avere nel momento in cui accadeva. E così, forse, al di là delle successive rifondazioni, anche il 1925 potrebbe divenire fondazione finalmente oggi, cioè solo nel momento in cui ne ripercorriamo le tracce, la iscrizione simbolica, le resistenze e le rimozioni. La SPI può nascere davvero solo adesso, cent’anni dopo, proprio nel modo in cui ogni soggetto nasce nella parola dell’altro, nella rêverie dell’analista, nel transfert che reinventa ciò che sembrava già scritto o definitivamente mancante.

Freud stesso, del resto, ha sempre diffidato dell’idea di una fondazione eroica o lineare. La scoperta dell’inconscio non è una conquista né monolitica né definitiva, ma una costruzione che si decostruisce nel tempo: nelle crisi con Jung e Ferenczi, nell’abbandono della seduzione reale in favore della realtà psichica, nella clinica che si modifica e si radicalizza nell’incontro con il caso. Il caso o l’occasione che fanno nascere la Psicoanalisi italiana a Teramo.

La psicoanalisi si fonda sulla sua stessa impossibilità di fondarsi definitivamente. Ogni sua istituzione — e quindi anche la SPI — è esposta a questa tensione strutturale: tra la necessità di trasmettere e la fedeltà a ciò che sfugge alla presa, tra la spinta alla formalizzazione e il rispetto dell’informe che abita ogni esperienza clinica. Istituire è sinonimo di fondare, atto che ha in sé tanto la dimensione creativa quanto quella normativa.

Nel corso del suo secolo di vita, la Società Psicoanalitica Italiana ha attraversato guerre, esili, ricostruzioni, conflitti generazionali, aperture e chiusure. Il primo statuto, redatto da Weiss, porta l’impronta di una psicoanalisi ancora fortemente legata alla figura del fondatore viennese, ma già esposta alle frizioni e alle domande di un contesto culturale italiano complesso. Durante il fascismo l’analisi sopravvive in forme sotterranee; il dopoguerra segna una rinascita, con l’inserimento della SPI nel movimento psicoanalitico internazionale e l’avvento di figure come Musatti, Servadio, Perrotti, Gaddini, Fornari, che porteranno a confronti e a tensioni teoriche sempre più articolate. L’apertura alla dimensione gruppale, l’incontro con la fenomenologia, il pensiero di Winnicott e Bion, il rapporto con la psicoanalisi francese e quello con il mondo anglosassone, le contaminazioni con il pensiero di Matte Blanco e Resnik, il dialogo con la società civile hanno reso la psicoanalisi italiana un laboratorio vivo, attraversato da domande che eccedono ogni ortodossia.

Oggi, in un mondo che tende a semplificare, medicalizzare, performare, la psicoanalisi italiana può rivendicare non tanto una posizione di superiorità, quanto un desiderio di pensiero: di complessità, di interrogazione, di ascolto. Forse anche facilitato dall’origine periferica, Teramo, Trieste prima di arrivare a Roma e Milano. Se un secolo dopo siamo ancora qui a interrogarci sulla fondazione, è perché quella fondazione non si è mai del tutto compiuta. E per fortuna. La SPI, come ogni istituzione psicoanalitica, resta un cantiere aperto, una soglia più che un edificio, una promessa più che una chiusura. In questo, è fedele non tanto a Freud come padre o come conquistador, ma a Freud come inquietudine: colui che ha aperto una breccia da cui il senso continua a sgorgare, retroattivamente, secondo una logica che non ha mai smesso di sorprenderci.

Cent’anni dopo, dunque, non celebriamo un’origine, ma una ri-apertura. Non una memoria consolatoria, ma una memoria che inquieta e rinnova. Il Centro Psicoanalitico di Roma, in occasione di questo centenario, si unisce con gratitudine e slancio a questa eredità viva, rinnovando il proprio impegno nella trasmissione e nella ricerca psicoanalitica, nel rispetto della tradizione e nella sua continua reinvenzione tra fedeltà ed eresia, tra tendenze imitative e a fare gruppo e spinte individuative e alla separatezza.

La Spi è viva, viva la SPI!



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