Avant-coup e Après-coup

Avgi Saketopoulou al Centro Psicoanalitico di Roma "La texture del sé nel lavoro del genere tra corpo e traduzione" di Tommaso Romani


Avgi Saketopoulou al Centro Psicoanalitico di Roma "La texture del sé nel lavoro del genere tra corpo e traduzione" di Tommaso Romani

Nel quadro del ciclo Sexual promosso dal Centro Psicoanalitico di Roma, che si conferma come uno dei contesti più fertili per ripensare le articolazioni tra sessualità, genere, trauma e tecnica analitica, è intervenuta Avgi Saketopoulou.

Psicoanalista greco-americana, formatasi e attiva presso il New York University Postdoctoral Program in Psychotherapy and Psychoanalysis, Saketopoulou occupa oggi una posizione particolarmente originale nel panorama contemporaneo: il suo pensiero attraversa la tradizione francofona, soprattutto Jean Laplanche, è tra i/le poch* (pochissim*) analist* a dialogare con la teoria queer, da Leo Bersani a Teresa de Lauretis, e si colloca al tempo stesso, secondo la lettura da noi proposta, dentro una sensibilità clinica vicina alla psicoanalisi relazionale.

Il lavoro presentato a Roma colpisce per l’esposizione di una teoria rigorosa che accetta il rischio del caso clinico, fino a includere lerrore dellanalista come parte viva del sapere psicoanalitico. In questo senso, Saketopoulou non propone una teoria della sessualità come un campo ordinato da decifrare, ma una metapsicologia del sessuale come forza che lavora il soggetto, lo espone, lo altera, lo costringe a tradurre ciò che arriva dallaltro in forma enigmatica. Il suo contributo più noto, legato alla rivalutazione della perversione, si muove proprio in questa traiettoria: la sessualità perversa viene pensata come pratica dotata di una potenza trasformativa, come lavoro psichico capace di incrinare lIo, di farlo balbettare direbbero Deleuze e Guattari, e di aprire il soggetto a una quota di alterità che eccede ogni padronanza. Il piacere, in questa prospettiva, assume una consistenza complessa: attraversa la sofferenza e la include. Il soffrire il piacere” indica così una zona in cui la gratificazione lascia il posto a unesperienza più radicale, fatta di esposizione, contatto con ciò che nel sessuale resta straniero, disorganizzazione  temporanea (shattering: una frantumazione che non è semplicemente distruttiva; è un modo "che induce alla crescita" per affrontare il trauma e i "significanti enigmatici", messaggi genitoriali/culturali precoci e incomprensibili). Questa impostazione trova in Laplanche il proprio asse metapsicologico. Il bambino riceve dalladulto messaggi enigmatici, attraversati dallinconscio sessuale dellaltro, e costruisce il proprio apparato psichico traducendo ciò che lo ha colpito prima ancora di poterlo comprendere. Una quota resta sempre fuori traduzione, residuo vivo, nucleo inconscio, materia futura di nuove elaborazioni. Saketopoulou porta questa teoria nel cuore della clinica e mostra come la ripetizione, anche nelle sue forme estreme, possa diventare tentativo di trasformazione, ritorno su ciò che ha ferito, possibilità di dare una forma attiva a ciò che in origine è stato subito. La sessualità appare così come un dispositivo di alterazione, campo di forze più che identità, e in questo punto il suo pensiero entra in risonanza con la teoria queer, da Mario Mieli al pornoterrorismo di Diana J. Torres, fino a quelle riflessioni sulla moda, sulla performance e sulla costruzione del corpo che possono ricordare Alessandro Michele ed Emanuele Coccia, o il parossismo ironico/mimetico delle drag queen, dove il genere diventa gesto, scena, invenzione, traduzione incarnata.

Il caso presentato da Saketopoulou ruota attorno a Ory, una bambina trans la cui femminilità diviene il punto di condensazione di angosce familiari, religiose e transgenerazionali. Fin dallinizio si disegna una tensione clinica intensa: da una parte il desiderio genitoriale di normalizzazione, dallaltra la singolarità di Ory, che prende forma attraverso una sensibilità corporea e percettiva fuori dagli schemi. Il genere, letto attraverso Laplanche, appare come esito di un lavoro traduttivo dicevamo. I codici genitoriali, culturali e religiosi entrano nella vita psichica del ragazz* come materiali disponibili; il soggetto li assume, li combina, li trasforma, costruendo una risposta idiomatica agli enigmi che lo attraversano. Saketopoulou introduce qui una precisazione molto importante: la trasmissione intergenerazionale passa attraverso contenuti già carichi di rappresentazione, affetti, gesti, narrazioni, posture, memorie familiari. Il trauma si deposita nei codici disponibili e il/la bambin* li utilizza per comporre qualcosa che gli/le appartiene. Nel caso di Ory, la femminilità può essere letta come configurazione che tiene insieme elementi materni, religiosi e culturali, costruzione idiosincratica dotata di coerenza interna, risposta inventiva, o, per dirla con Winnicott, un modo di giocare.

Il punto clinico in questo paradigma, diventa allora sostenere questa costruzione, questo gioco, questa forma emergente di vita. Il genere si costituisce nellintreccio tra soggetto e altro, e proprio per questo richiede una relazione capace di accompagnare le traduzioni senza appropriarsene, senza anticiparle, senza piegarle verso una spiegazione troppo rapida.

Una delle sequenze più intense del caso, a nostro avviso, riguarda infatti il lavoro sulle texture. Ory esplora il mondo attraverso il tatto, le superfici, i tessuti, le sensazioni. La seduta diventa uno spazio sensoriale, quasi musicale, dove il corpo trova una via per sentirsi e per esistere. Qui il setting mostra tutta la sua vitalità. Con Bleger potremmo dire che il frame funziona come deposito di elementi indifferenziati, come non-Io” stabilizzato, come base silenziosa della continuità del soggetto. Il setting organizza il lavoro interpretativo, ma soprattutto garantisce una base di esistenza.

Il gioco con le texture, per come abbiamo seguito il caso, attiva precisamente questo livello somato-psichico, presimbolico, dove il soggetto si sente, si costituisce, si tiene ed è tenuto. Ogden ha mostrato come questi livelli rappresentino per tutta la vita del Sapiens vincoli simbiotici necessari allidentità, trame affettive anteriori alla parola, condizioni profonde della continuità dellessere. In questa zona, linterpretazione diventa un gesto delicatissimo, perché si rivolge allIo e può introdurre una discontinuità là dove il paziente sta ancora costruendo unesperienza di presenza. Può interrompere quei now moments che sostengono il meta-Io, quella parte psicotica garante del sentimento di continuità del sé, proprio mentre qualcosa di fragile e vitale sta prendendo forma.

Il momento cruciale del caso si concentra su un intervento che potrebbe sembrarci apparentemente classico. Lanalista commenta lo stelo piegato di unorchidea. Limmagine si carica rapidamente di significato: rimanda alla madre, al tentativo di raddrizzare”, forse anche alla posizione stessa dellanalista. Il lavoro si interrompe. Saketopoulou attraversa questo punto con grande onestà clinica. Linterpretazione, animata da intenzione empatica, sposta però lasse del lavoro e colloca il genere di Ory sotto il segno della ferita. Ma soprattutto ci sembra che la costruzione soggettiva perda consistenza, il processo si arresti. La texture si disfa rapidamente. Contestualmente però emerge una delle tesi più forti dellintervento: il fallimento analitico può diventare momento di verità.

Giuseppe Civitarese scrive, in Lintima stanza a pagina 39, che tale  “problema è attuale come dimostrano i numerosi lavori che correlano curiosamente momenti di svolta dellanalisi a situazioni di effrazione del setting”. Leffrazione apre una traiettoria inattesa, lascia intravedere quel resto della traduzione che ci sembra possieda però un proprio statuto ontologico, più una consistenza che resiste alla presa interpretativa che un resto di tale dispositivo traduttivo. Nel caso di Ory, linterruzione del trattamento può essere letta anche come gesto soggettivo infatti, presa di posizione, difesa della propria configurazione. Il ritiro dal lavoro analitico diventa allora, paradossalmente, una forma di forza.

Il pensiero clinico di Saketopoulou invita così a trasformare il compito dellanalista. Lanalista sostiene un processo, accompagna una forma, custodisce una possibilità. Il genere viene seguito nella sua costruzione, nella sua fatica e nella sua bellezza, affinché il soggetto possa abitarlo con meno vergogna e maggiore intensità. Da qui deriva anche una revisione della nozione di consenso, di agency e di responsabilità: la psiche è attraversata da forze inconsce, da una sua dimensione virtuale per cui il desiderio eccede la trasparenza dellintenzione, il transfert mobilita aree infantili, erotiche, traumatiche e generative che chiedono una responsabilità clinica più sottile della semplice padronanza morale.

In conclusione, lintervento di Avgi Saketopoulou al Centro Psicoanalitico di Roma consegna alla clinica un insegnamento sempre più attuale: il lavoro analitico si gioca su più livelli, teorici, corporei, etici. Il genere emerge come processo, il setting come un campo vivo, lerrore come occasione di pensiero. Ci viene in mente Jack Halberstam e il suo libro  l’arte queer del fallimento, testo fondamentale nella ricca e particolarmente creativa letteratura queer. Fallire significa talvolta deviare dalla strada conosciuta, aprire una prospettiva laterale (Chianese), disfare il mainstream, anche quello psicoanalitico. Nel gesto di restare sullorchidea, sui petali, sulla loro fragile consistenza, si intravede forse la direzione più creativa: sostenere ciò che prende forma, lasciando che il senso maturi al proprio ritmo.



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