"rottura dei vasi" di Anselm Kiefer
“Più il tempo passa e più penso che, mentre crediamo in tutta
buona fede che le questioni che di volta in volta
privilegiamo nel nostro percorso teorico dipendano
dall’importanza assunta da un certo fenomeno clinico o da
una nuova lettura, di fatto noi non facciamo che riprendere,
sotto altre forme, quelle che chiamerei le ‘questioni
fondamentali’ proprie di ciascun analista.”
(Aulagnier, 1984)
Il celebre esergo che ho scelto per questo apres-coup si lega profondamente alla generosa conclusione autobiografica offerta dal lavoro di Fiorelli (2026). Lavoro scientifico che qui proverò a raccontare, aprire e questionare. Dovrò però andare con ordine per non lasciare che la mia passione per la psicoanalisi travolga la costruzione del pensiero inficiando la comprensione, quanto per me, tanto per il lettore: la pulsione, e con essa la libido, ha bisogno di essere legata per essere messa al servizio dell’Io. Mercoledì 18 febbraio 2026 ha avuto inizio il ciclo di serate scientifiche intorno alla “costruzione del caso clinico” offerto dal CPdR con la relazione di Fabio Fiorelli Avere in mente: sulla costruzione. Il tema trattato evoca ovviamente l’ultimo Freud ed in particolare quello di costruzioni in analisi. Il Freud che propone che le costruzioni offerte dall’analista al paziente non siano diverse dai deliri dei pazienti psicotici: un Freud formidabile. Non solo, evoca anche altri importanti analisti nella storia del nostro centro, penso a Domenico Chianese e a “Costruzioni e campo analitico” (1997) ma anche ad Adamo Vergine “Trascrivere l’inconscio” (2002) (in particolare con il lavoro di Giuffrida presente nel libro) o a Balsamo e Napolitano “Costruire e Ricostruire” (1994). Il testo di Fiorelli mi sembra dialoghi serratamente con questi interlocutori ed intercetta questioni enormi quali: l’epistemologia psicoanalitica intesa nella sua duplice declinazione di garanzia, del fondamento e del risultato scientifico; la pluralità dei linguaggi analitici odierni e le loro eventuali in/compatibilità reciproche; il ruolo delle teorie private dell’analista; il racconto, scritto o orale, di un caso clinico. Fiorelli esordisce con Donnet introducendo un omeomorfismo tra il metodo analitico adottato e la descrizione/racconto/costruzione del caso (lascio volutamente le / tra livelli diversi per delineare come il linguaggio, e il senso, slitta continuamente). Donnet (2005): “sotto certi punti di vista, il metodo stesso si confonde con l’esposizione del metodo”. Personalmente sento di condividere un tale omeomorfismo con l’aggiunta che questa coincidenza, a mio modo di vedere, non è mai totale ed è nei resti di questa mancata totale coincidenza che noi incontriamo il “no”, il duro, il grumo del reale: ciò che non coincide mai interamente con il modello che lo rende pensabile e che tuttavia non per questo smette di insistere. Temi di questa portata non potevano che essere trattati, a proposito di metodo, che in una serata intercentri: il CMP con la sua segretaria scientifica Monica Bomba e la collega analista Irene Marcassoli, hanno fatto da controcanto alla relazione di Fiorelli. Il mio compito di fare un apres coup della serata non poteva essere più felice per una serie di ragioni personali che non interessano il lettore ma anche per una serie di ragioni teoriche e tecniche che, mi sembra, colgono l’essenza del lavoro di Fiorelli e che saranno più chiare nel corso della lettura del lavoro che propongo, intanto un’anticipazione: l’ultimo apres coup che ho scritto di una serata scientifica risale lavoro proposto da Paola Carbone (2025) riguardo l’inesistenza dei ricordi di infanzia in adolescenza, sul ricordo di copertura, sul lavoro dell’apparato psichico sulle tracce in adolescenza, sul barrage. Sono persuaso che il lavoro di Fabio Fiorelli e quello di Paola Carbone abbiano molto in comune ma anche qui, andiamo per gradi. Per cominciare mi sembra che Fiorelli, nella parte iniziale del suo lavoro, appoggiandosi inizialmente a Viderman (1970) e ad Einstein, si concentri su una problematica epistemologica centrale per qualunque scienza: il valore e la veridicità dell’osservazione a partire dal fatto che l’osservatore influenza l’osservazione stessa, con le sue teorie/modelli e i relativi postulati/assunti; aggiungeremo, nel caso dell’analista, con la sua storia, la sua analisi, le sue supervisioni, i suoi maestri. Fiorelli cita nell’ordine prima Viderman (1970): “L'occhio senza la mente è cieco. Come il nostro orecchio senza la teoria che gli permette di sentire il significato, sentirebbe solo un rumore incomprensibile come quello delle onde in riva al mare”; poi Einstein: “È la teoria a decidere che cosa possiamo osservare”. È difficile pensare a qualcosa che non sia un’oscillazione strutturale tra queste due correnti – coerentista e corrispondentista – oscillazione che non è una mediazione pacificante ma una tensione permanente. La teoria orienta, ma l’esperienza vincola. Se una delle due dimensioni si assolutizza, il sapere si irrigidisce o si dissolve. Come non pensare immediatamente al prezioso lavoro svolto, a cura di Fernando Riolo (2021), da un folto gruppo di analisti teorie psicoanalitiche a confronto un’indagine assiomatica? Lì troviamo la citazione di Einstein in formula estesa, Giuffrida non ha mancato di osservarlo nel suo intervento, e precisamente: “sono le teorie a decidere quali osservazioni possono essere fatte e sono le osservazioni a decidere quali teorie possono essere formulate”. Ricordando che siamo nani sulle spalle dei giganti credo che possa aiutarci Kant (1781) che nella critica della ragion pura istitutiva due principali fonti della conoscenza, la sensibilità e l’intelletto, ribadendo che: “nessuna di queste due facoltà deve essere anteposta all’altra. Senza sensibilità nessun oggetto ci sarebbe dato, e senza intelletto nessun oggetto sarebbe pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche”. Naturalmente va ricordato che con il termine “pura” Kant aspirava ad una sistematizzazione del soggettivo modo di conoscere umano a prescindere dall’esperienza, ovvero le condizioni di possibilità dell’atto conoscitivo umano. Qui lo riprendo per due ordini di ragioni: la prima è coincidente a Kant stesso, vale a dire l’operazione filosofica dell’intera critica della ragion pura: dimostrare l’impossibilità di conoscere la cosa in sé, il noumeno, e la possibilità umana di conoscere solo il fenomeno, la cosa come appare; la seconda decoincide Kant e lo piega al servizio dell’analista – mi rendo conto che l’operazione possa essere criticata ma segnalo che è anche così che si produce il “nuovo”, ripetendo il già noto in un nuovo contesto, quindi deformandolo – in un modo che mi sembra ci aiuti a capire come “conosciamo” e “costruiamo” il caso clinico.
Metto da parte Kant e lo riprenderò in seguito per seguire intanto Fiorelli che ricorda quanto già accennavo prima ovvero la specificità del lavoro analitico e lo fa prima con Chianese (1997): “le tracce possono ri-attualizzarsi in un determinato contesto (associativo e/o relazionale) e rimanere mute in un altro. In questo senso non possiamo parlare della loro ‘realtà’ indipendentemente dal contesto che le attiva. Si può parlare pertanto di costruttivismo perché il sistema transfert-controtransfert crea le premesse, genera lo spazio per l’avvenire di quelle tracce. Autoanalisi dell’analista (il controtransfert ne rappresenta una espressione) e ricostruzione analitica concorrono così a costruire quella stessa realtà che esse indagano” e poi con Neyraut (1974) ed in particolare con la questione, a mio modo di vedere preziosissima, della precessione del controtransfert: “Il controtransfert dell’analista inizia quindi con il suo coinvolgimento, poiché egli si riconosce improvvisamente come oggetto e forse già istigatore [corsivo mio] delle espressioni affettive provenienti dal suo paziente, percependo in sé l’effetto di una resistenza … l’analista non è infatti richiesto solo dal transfert, ma anche da tutte le esigenze che la situazione analitica genera. Queste esigenze sono di ogni ordine e tra esse si inseriscono in larga misura quelle che provengono dall’analista stesso, dalle sue esigenze e dal suo pensiero”. La precessione del controtransfert credo delinei in modo molto interessante l’investimento dell’analista sull’analisi in generale, a partire dalla sua stessa analisi, sulla situazione analitica, quindi sulla teoria e la tecnica, infine sui pazienti: si potrebbe sintetizzare con il desiderio dell’analista come motore dell’analisi. Questo è quello che mi sembra tratti Fiorelli nella seconda parte del lavoro, quando inizia a guardare le cose declinando la questione della costruzione non solo come intrecciata con le teorie private dell’analista ma anche con il desiderio dell’analista che il paziente “guarisca” e dunque con il suo personale modo di raccontare e costruire il caso clinico. Spesso il racconto del caso clinico sembra l’applicazione di un processo di storia naturale, lineare, delle tappe – Meltzer – che il paziente segue nel suo percorso di cura, in termini kleiniani dalla posizione schizoparanoide a quella depressiva, nelle parole di Fiorelli (2026): “potremmo sintetizzare descrivendo delle traiettorie relativamente lineari che conducono dall’agito alla rappresentazione, dal pensiero concreto al simbolo, dalla frammentazione all’integrazione, ecc., insomma, in grande sintesi, dal segno meno al segno più”. Qui Fiorelli mi sembra voglia mostrare come questo desiderio, insieme alla teoria privata, pieghi la descrizione/racconto/costruzione del caso: lo stupore ma anche l’interrogativo che sentiamo quando nel racconto di alcuni colleghi siamo colpiti dalla linearità del lavoro, il giungere da un punto A ad un punto B, il sentimento di avere a che a fare con una forma per così dire preformata, la forma dell’acqua. Qui sento che sia molto utile riprendere in mano Green (1992) quando ricorda che “il controtransfert non può essere dissociato dall’ideale dell’io dell’analista, e cioè dal suo progetto professionale. Detto altrimenti, si tratta della meta verso cui l’analista intende sospingere il paziente, sia che se ne difenda sia che lo ammetta”. In questo senso l’interpretazione non è mai innocente. Come ricorda Aulagnier (1975), ogni atto interpretativo esercita una violenza primaria, strutturante: l’analista, come la madre con l’infans, decide che cosa significhi ciò che l’altro segnala. La questione non è evitare questa violenza – impossibile – ma riconoscerne la necessità e i limiti. Se è vero allora che l’analista mette in campo tutto questo, è vero anche che ascolta un altro, una sofferenza, una voce, un corpo, diversi da lui: il lavoro analitico allora andrebbe concepito come lavoro che richiede che l’analista accolga lo straniero dentro di sé, il diverso, l’altro, e non solo, che ritrovi questo stesso straniero in sé stesso, nella possibilità così di trasformarsi egli stesso dopo ogni analisi con ogni paziente. Questo in estrema e riduttiva sintesi quello che Pontalis (1999) chiama traversata e che si oppone al processo lineare: si oppone soprattutto alla possibilità di decodifica totale di una esperienza ma rispetta, per così dire, il mistero dell’esperienza, non prevedibile secondo un processo. Fiorelli sembra optare e preferire la traversata di Pontalis, accostandola alla visione tradizionale cinese riportata da François Jullien (2005) come processualità incessante senza obiettivi preformati, ma d’altro canto segnala che anche quello è un modello e allora sembra che non ci sia davvero modo per “arrivare” al paziente e per “costruire” un caso clinico senza “avere in mente”. A questo punto del lavoro Fiorelli fa, a mio parere, una operazione “meta” molto fine: mostra come, in questa concezione che sta presentando saremmo dunque costretti ad aderire una visione narratologica della psicoanalisi, precisando però che non sta parlando della narratologia intesa come co-costruzione di una nuova storia nel qui ed ora in analisi che apparterebbe ad una certa specifica dell’avere in mente, quindi dell’applicazione di un modello, ma piuttosto di una cornice generale in cui tutte le teorie sono narrazioni, intese come narrazioni di un certo modo di pensare, con le sue parole (Fiorelli, 2026): “tutte le teorie – sono esse stesse narrazioni, ma di livello generale, come presupposti del pensare stesso e, in questo senso, costruzioni della mente”. Arrivati sin qui la proposta di Fiorelli mi sembra faccia una torsione che consenta di uscire, almeno in parte, dal relativismo teorico affondando le sue radici in quella che, a mio modo di vedere, è l’originario della vita. Riprendendo il concetto di “immaginazione radicale” che propone questa straordinaria facoltà umana come la base del “senso”, nelle parole di Castoriadis (1996): “Alla sua radice, l’immaginazione è capacità di porre un’immagine, a partire semplicemente da un urto e anche … a partire da niente: infatti dopo tutto l’urto riguarda i nostri rapporti con ‘qualcosa’ di già dato, ‘esterno’ o ‘interno’, mentre c’è un movimento autonomo dell’immaginazione”, Fiorelli legge il dialogo del matematico René Thom con Lacan in cui il matematico afferma: “Ciò che limita il vero non è il falso, ma l’insignificante”.
Questo il disegno: 
In un recente seminario trasversale di Giuffrida su Gaddini abbiamo lavorato l’allucinatorio in una prospettiva che illumina ulteriormente questa questione. Il bambino che allucina il seno non si limita a “far comparire” ciò che non c’è per fronteggiare l’assenza, attenuare il bisogno o ripetere un piacere. L’allucinatorio è anche un lavoro di sintesi: un tentativo di unificare componenti corporee parziali – sensazioni olfattive, tattili, enterocettive, eccitazioni diffuse – in una prima forma di oggetto. L’oggetto non è dato; è prodotto da un legame. In questo senso l’immaginazione non è semplice fantasia compensatoria, ma funzione costitutiva. Qui il parallelismo con Kant diventa meno azzardato di quanto possa sembrare. Per Kant l’immaginazione trascendentale è la facoltà di sintesi che media tra sensibilità e intelletto, operando l’unificazione della molteplicità intuitiva sotto una forma pensabile: senza questa sintesi non vi sarebbe che dispersione sensibile, né oggetto come oggetto. Analogamente, nell’originario psichico, l’allucinatorio può essere inteso come lavoro di legame tra sensazioni corporee frammentarie e una prima unità oggettuale. L’umano dunque, e soprattutto l’infans, è avvolto nel non-senso, e si affida alla madre, e al suo apparato psichico stratificato, per ottenere una esperienza di senso: questa declinazione in cui l’altro è il custode iniziale del senso è ben espressa da Piera Aulagnier con la violenza primaria dell’interpretazione come elemento ontologico costitutivo dell’umano, è la madre a decidere se il pianto del neonato è perché ha fame o perché è sporco e così via. Mi sembra che Fiorelli proponga dunque che l’analista, nella costruzione della sua epistemologia privata, che invariabilmente applicherà al caso clinico, utilizzi una modalità analoga, in cui il materiale clinico subisce una violenza interpretativa necessaria al suo stesso costituirsi. Pertanto assisteremmo a: “una sorta di costruttivismo “locale” cioè non riguardante la conoscenza in genere ma, più specificatamente, le costruzioni teoriche psicoanalitiche che afferiscono alle varie correnti”. Fin qui mi pare di aver raccontato, con diversi fraintendimenti e alcune incursioni personali, spero feconde, il lavoro di Fiorelli. Vorrei ora provare a lavorare ancora con Kant convocando anche Winnicott (1971) e Giuffrida (2002) per mostrare come il lavoro di Paola Carbone (2025) incentrato sul ricordo di copertura offra qui una metafora che riassume una posizione a mio parere molto feconda e forse condivisibile dai lettori. In primo luogo credo che l’analista, nello sforzo di raccontare il materiale clinico, certamente lo deformi costituzionalmente alla sua epistemologia privata: se l’ascolto è già costruzione figuriamoci il racconto, o la scrittura. La descrizione/racconto/costruzione del caso è un tradimento dell’esperienza, perché l’analista ha fatto esperienza di qualcosa di indicibile, l’inconscio, che sfugge a qualsiasi misurazione, sfugge al linguaggio, sfugge alla teoria. Con le parole di Giuffrida (2002): “sostengo tuttavia che esiste una tensione affettiva diversa durante la stesura di un racconto clinico rispetto all’esposizione teorica, che ci lavora dall’interno senza lasciarsi addomesticare. È questo sentimento che fa sì che quando raccontiamo la storia di un’analisi ci scopriamo sempre in presenza ad un’insoddisfazione, coinvolti in un vissuto di mancanza che non può essere colmato. Mai come quando ne parliamo, l’altro si sposta, si colloca sempre altrove. E gli sforzi per dirlo, per rendere l’esperienza viva, ci appaiono vani, al di là della nostra onestà intellettuale, delle nostre intenzioni
“riproduttive” e coscienti […] È come se tutto ciò che la teoria può darci non bastasse mai, non riducesse la nostra tensione, situando il nostro desiderio di dire sempre oltre. Per questo ogni tentativo troppo definitorio psicoanalisi mi sembra uno sforzo grossolano per vincere e difendersi da questo sentimento di impotenza conoscitiva di cui ogni analista deve fare il lutto, rispetto al sentirsi espropriato della sua stessa esperienza e della ineffabilità che accompagna inevitabilmente ogni trasformazione.” Io credo dunque che siamo in presenza di qualcosa che si comporta come una cosa in-sé, come noumeno: qualcosa che eccede le nostre categorie e che tuttavia ci obbliga a pensarlo solo come fenomeno. Se riprendiamo Winnicott, come ha fatto Giuffrida nel suo intervento durante la serata scientifica, potremmo dire che il teorizzare dell’analista è un “creato”: un atto inventivo che tenta di dare forma all’incontro. Ma questo creato, per non trasformarsi in costruzione autosufficiente o in delirio coerente, deve incontrare un “trovato”: il reale del paziente, l’evento, la resistenza dell’inconscio. Senza questo incontro, la costruzione prosegue senza argine e rischia la coerenza delirante; con esso diventa creato-trovato. E così analista e paziente costruiscono il caso clinico, che è un creato-trovato. Non viene ora in mente il lavoro di Paola Carbone (2025) sui ricordi di copertura? Non c’è anche lì una deformazione necessaria di un evento che non sappiamo, e non sapremo, se è vero o se è falso, o meglio quanto è vero e quanto è falso? Potremmo dunque dire che la descrizione/racconto/costruzione del caso clinico funziona come un ricordo di copertura dell’esperienza analitica: una deformazione necessaria, imbevuta di un reale che non possediamo mai come cosa-in-sé ma che continua a vincolare ciò che diciamo. Scrivere un après-coup significa esporsi nuovamente a questa tensione. Non si tratta di riferire ciò che è stato detto, ma di costruire una seconda volta l’incontro, sapendo che ogni costruzione è un creato che cerca il suo trovato. Se il testo riesce a lasciare spazio alla resistenza del reale — a ciò che non torna del tutto, a ciò che eccede — allora la costruzione non diventa delirio coerente, ma resta aperta. Forse la clinica non è né un dato da osservare né un testo da inventare. È un incontro che obbliga alla costruzione e che, al tempo stesso, eccede ogni costruzione. E la responsabilità dell’analista — e di chi scrive — è mantenere viva questa oscillazione, senza trasformarla in dogma né in relativismo. In questa prospettiva la conclusione autobiografica di Fiorelli della sua analisi con Adamo Vergine assume un valore epistemologico e non semplicemente personale. Le “questioni fondamentali” di cui parla Aulagnier non sono un residuo soggettivo da espungere, ma la matrice stessa da cui ogni costruzione prende forma. Ogni caso clinico è anche il luogo in cui un analista ritrova, sotto altre forme, le proprie questioni fondamentali. La costruzione del caso è dunque sempre anche una costruzione di sé.
“Per prigioniero che possa essere della sua propria voce, lo
sforzo dell’analista risiede nel non sentire quest’altra voce
come un’eco. E se è vero che spesso cade nella trappola, è
falso sostenere che, inevitabilmente, vi soccomba. Non c’è
che il narcisismo”.
(Green, 1992)
Giuseppe Messina – Centro Psicoanalitico di Roma
Riferimenti
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